IL PELLEGRINAGGIO NEL TERZO MILLENNIO - IL CAMMINO DI S. VICINIO
Nella terra del Santo taumaturgo fra natura e storia.

Mettersi in cammino
Quando aprile con le sue dolci piogge ha penetrato fino alla radice la siccità di marzo, impregnando ogni vena di quell'umore che ha la virtù di dare vita ai fiori; quando anche zefiro col suo dolce fiato ha rianimato per ogni bosco e ogni brughiera i teneri germogli e il nuovo sole ha percorso metà del suo cammino in Ariete, e cantano melodiosi gli uccelletti che dormono tutta la notte a occhi aperti tanto che li punge in cuore la natura: allora la gente è presa dal desiderio di mettersi in pellegrinaggio, e di andare per contrade forestiere alla ricerca di lontani santuari, variamente noti.
Geoffrey Chaucer, I Racconti di Canterbury


In un batter di ciglia, ecco il Cammino di San Vicinio: 14 tappe, 2 deviazioni e 6 collegamenti. Quasi 320 km a piedi, su sentieri segna- lati partendo da Sarsina. Un percorso e una esperienza avvincente, alla portata di tutti, dove contano, per raggiungere la meta, più le motivazioni personali che la preparazione fisica. Sono più di duemila anni che si cammina sul sistema strada- le dell’antica Provincia Alpes Apenninae, che collegava le regioni del nord ’Europa con la Città più importante dell’Impero Romano, prima, e con quella di Pietro e Paolo, poi. Storicamente Roma e la Terra- santa, erano raggiunti da i pellegrini con tragitti che facevano capo - prima di arrivare a Sarsina e Ba- gno di Romagna, alle città di Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini, per continuare alla volta di Borgo San Sepolcro, Arezzo o Firenze.
Un sistema viario che collegava e permetteva la visita a i più importanti santuari dell’area, come: la Madonna del Monte in Cesena, San Vicinio in Sarsina, La Verna, il “Volto Santo” in Borgo San Sepolcro; o deviando, per il rinomato polo culturale e spirituale fondato da San Romualdo, all’eremo e al monastero di Camaldoli. Meno famosi alla conoscenza del pellegrino europeo, si collocavano sul territorio i piccoli santuari dalle origini più remote, posti in luoghi meno accessibili, ma vivi di devozione locale per santi e immagini miracolose, come: il santuario della “Madonna degli Occhi” in Pondo di Santa Sofia, di Sant’Ellero in Galeta; o di Sant’Alberico, posto presso le scaturigini delle vene del Tevere; o per l’immagine della “Madonna del Sangue” e del crocifisso ligneo del “Perdono”, conservati presso l’Abbazia camaldolese di Bagno di Romagna.



Il territorio e la città di Sarsina, fin dalle epoche più remote, furono considerati dai viaggiatori luoghi meritevoli di visita, in quanto la presenza di culti idrici e l’affermar- si in epoca imperiale del santuario delle divinità orientali, non cessarono di essere mete di pellegrinaggio. L’afflusso non si esaurì nemmeno in età tardoantica quando l’area fu evangelizzata dal proto vescovo Vicinio, il quale, declinando la propria vita alla ricerca della santità, generò nella religiosità popolare, la certezza delle virtù taumaturgiche della propria persona nella lotta pe- renne contro le opere del maligno. Il cristianesimo arrivò in queste terre dalle città poste alle pendi- ci dell’Appennino settentrionale e centro meridionale, tramite gli assi viari più vitali come la via Arezzo - Rimini - Sarsina. Dalla denominazione di Bobium, a quella di Sarsina, sono passati alcuni secoli (circa XV), come da Alpes Apenninae, a Appennino tosco-romagnolo-marchigiano. La morfologia dell’ Ap- pennino, la ricchezza del suo manto boschivo e del sistema idrografico, sono rimasti sostanzialmente uguale ancora oggi, con in più, forse, una forte qualità ambientale.
Ora, in occasione del Millenario di edificazione della Basilica con Cattedrale di Sarsina, questa terra antica e la sua capitale culturale, vogliono offrire al viaggiatore contemporaneo - come avvenne per i fedeli provenienti dall’Italia settentrionale e dall’Europa del nord nei secoli addietro - le suggestioni di una terra arcaica, ereditate dalla sua storia, dalla sua fede profonda che non ha rinunciato al legame con la Tradizione. Grazie a documenti, studi, ritrovamenti archeologici, testimonianze, diari di viaggio, che hanno rappresento l’unione e la comunicazione tra le varie culture e le idee dei diversi Paesi d’Europa, siamo in grado di presentare - ai viaggiatori curiosi e intelligenti e ai pellegrini più motivati - Il Cammino di San Vicinio, tracciato lungo le direttrici di santuari e di luoghi della devozione popolare fondati secoli fa dalla fede che non discute, che non replica: la stessa che guidava i pellegrini ai santuari piccoli o grandi, ricchi di opere d’arte o semplici come sono le chiese di campagna.
Un viaggio attraverso le tante testimonianze della storia religiosa e culturale, un viaggio che può legare la motivazione culturale a quella spirituale, dove il cammino può anche essere metafora del viaggio, di iniziazione, di rinnovamento o di arricchimento culturale personale.

ASSOCIAZIONE IL CAMMINO DI SAN VICINIO
Via IV Novembre, 13 47027 Sarsina (FC) tel. +39.0547.94901 int. 130 fax +39.0547.95384 - P. IVA 90062890406
Richiedi informazioni: info@camminosanvicinio.it




La segnaletica
Come rendere riconoscibile l'itinerario lungo un percorso così esteso che attraversa territori, culture, paesaggi, regioni diverse, sapendo sempre quale è il Cammino da seguire? Si è predisposto a tale proposito, un appropriato sistema di "comunicazione", fatto di estrema chiarezza, ma anche di grande qualità e attenzione negli spazi che lo circondano, soprattutto quando si è trattato di contesti storici o paesaggistici di interesse. Il progetto segnaletica ha cercato di evitare criticità nel percorrere la via, favorendo per quanto possibile fruibilità e sicurezza, evitando di chiedere al viaggiatore - pellegrino, rischi o stress irragionevoli che possono causare situazioni di pericolo oggettivo, eccessiva perdita di tempo o, anche costi non previsti. Il progetto degli elementi segnaletici, ha tenuto conto anche di quelli esistenti - di cui è auspicabile un attento riordino - proponendo un sistema integrato "affine" al luogo d'intervento. È stata adottata una grafica ed un design consoni all'identità del sito, in accordo con i colori, la luminosità, le caratteristiche climatiche dei luoghi attraversati. Con il simbolo della "Catena" del Cammino, impresso nella segnaletica disposta lungo il percorso (orizzontale con vernice a terra; su apposita segnaletica verticale di direzione / di località), si è voluto creare lo strumento principe di identificazione, elemento di riferimento dell'itinerario il Cammino di San Vicinio.

Come leggere la segnaletica
La segnaletica Il Cammino di San Vicinio contempera l'esigenza della completezza informativa con quella della discrezione, ossia del rispetto dei luoghi e dell'ambiente. La segnaletica collocata lungo il percorso è di due tipi:
1. Segnaletica di Percorso
Segnaletica Verticale - Principale
Segnaletica Orizzontale o Secondaria o Intermedia

Indispensabile per seguire il tracciato, s'intende quella utilizzata dal Club Alpino Italiano, riconosciuta e utilizzata in campo internazionale per i sentieri trekking (Club Alpino Svizzero, Federazioni di Escursionismo Internazionali ecc.). Questa tipologia è necessariamente omogenea per tutto il tracciato ad indicare chiaramente il percorso.

2. Segnaletica d'Informazione
S'intende quella che espone in modo esauriente e conciso un quadro d'assieme del percorso, le informazioni generali e brevi note culturali e storiche del territorio ove il Cammino si snoda; una sintetica parte è dedicata ai principali monumenti delle località che si incontrano lungo il percorso.

MAPPA DEL PERCORSO
Dove si trova e come raggiungere il Cammino di San Vicinio
Sarsina è raggiungibile da nord con il servizio pubblico degli autobus da Cesena; da sud da Arezzo, via Borgo San Sepolcro; da Firenze, via Bibbiena; da Roma via Cesena.
Se provenite dal sud d’Italia con i mezzi pubblici può accadere di trovare nei collegamenti con Sarsina più difficoltà del previsto. Vi consigliamo prima di partire di assumere le informazioni necessarie per evitare inconvenienti.
La stazione ferroviaria più vicina è Cesena.
In auto si può raggiungere Sarsina, da nord, con l’A1 Milano - Napoli, via Ancona con l’A14, uscita Cesena Nord - Superstrada E45 direzione Roma. Da sud, Autostrada A1 Napoli - Milano, uscita Orte, Superstrada E45 direzione Ravenna.

Sarsina - Bagno di Romagna - TAPPA 1
Una terra di confine tra Granducato di Toscana e Stato Pontificio, un’area raramente selvaggia, ma ricca di valori naturalistici, dove i segni lasciati dall’uomo che l’ha abitata sono ancora leggibili: borghi, case rurali, chiese, santuari, si susseguono lungo il Cammino, fino a San Piero e Bagno di Romagna.
Bagno di Romagna - Camaldoli - TAPPA 2
Il sole illumina la corona di monti vestiti di bosco. Il Cammino riprende: la meta è la Foresta di Camaldoli, dove San Romualdo eresse l’Eremo e il Monastero. Un viaggio attraverso la natura e la storia, i cui protagonisti sono gli uomini e gli alberi.

Camaldoli - Badia Prataglia - TAPPA 3
Il rumore del vento e lo scrosciare del torrente accompagnano il Cammino attraverso luoghi sacri e carichi di storia. Paesaggi naturali e costruiti dall’uomo fanno da cornice al viaggio verso la Pieve di Santa Maria Assunta a Badia Prataglia.

Badia Prataglia - La Verna - TAPPA 4
<>. Il Cammino varca con la Romea l’Alpe di Serra e giunge percorrendo la Vallesanta, al Santuario francescano della Verna: sul monte che più di ogni altro, ha santo il mondo.

La Verna - Verghereto - TAPPA 5
Dal Crudo Sasso, si snoda il percorso della viabilità medievale tra le valli dell’Arno e del Tevere, dove un fantomatico esercito ancora custodisce il Tesoro di Annibale. E poi giù, nei meandri tortuosi del fiume Savio, tra ruderi di castelli e memorie dell’Abbazia di San Michele, da cui fu cacciato a vergate San Romualdo.

Verghereto - Balze - TAPPA 6
Il Massiccio del Monte Fumaiolo sovrasta con la sua altezza le testate dei fiumi Savio, Marecchia e Tevere che solcano le vallate tra Romagna, Marche e Toscana. Sentieri antichi poco battuti conducono alla sorgente del Savio e alle conosciute vene del Tevere, in mezzo a boschi verdissimi e prati coperti di fiori spontanei, dove cacciano le loro prede il lupo e l’aquila reale.

Balze - Sant’Agata Feltria - TAPPA 7
Quasi la luce non filtra sul sentiero che risale la conca stretta verso Sant’Alberico. Il bosco, il suo silenzio, le sue cellette, i suoi monasteri colmano la prima parte del Cammino. Poi il paesaggio muta, si scende sulla cresta di argille e arenarie, si scivola tra prati, terreni brulli e boschi, dominati dal colle del Lupo e dalla Rocca Fregoso.

Sant’Agata Feltria - Pietra dell’Uso - TAPPA 8
Conventi, abbazie, piccole chiese parrocchiali, si susseguono in questa tappa in cui il territorio muta di continuo. Gli ampi pascoli di Sant’Agata Feltria lasciano presto la scena alle rupi di Perticara in un paesaggio che digrada tra campi e gole fino nella valle dell’Uso, ai piedi dei massi di Montetiffi e Pietra dell’Uso.

Pietra dell’Uso - Sogliano al Rubicone - TAPPA 9
Il paesaggio è tipico dei primi colli che si inseguono dalla pianura verso le montagne. Chiese che sembrano fortezze e abitati con cinta di mura arroccati su cime a volte nervose, controllano un territorio in cui la vegetazione esuberante è interrotta da calanchi, rocce e una valle scavata dall’Uso, torrente sottile ed energico.

Sogliano al Rubicone - Borghi - TAPPA 10
Si scende in una terra di mezzo che non è ancora pianura e che non è più montagna. Tutta la tappa è una altalena continua, incessante e faticosa tra vallate e creste attraverso paesaggi mai uguali in un avvicendarsi di calanchi, vigne, boschi e paesi: San Giovanni in Galilea, borgo fortificato su uno sperone calcareo domina il paesaggio.



Borghi - Sorrivoli - TAPPA 11
Torri e cinta murarie rivestono un ruolo da protagoniste: da lontano, su uno sfondo di colline e mare o in primo piano, con le pareti massicce, le piazze selciate, i chiostri. Discese e salite si susseguono procedendo verso il Santuario di Santa Paola, i borghi di Monteleone e Sorrivoli di traverso ai crinali separati dai Torrenti Rubicone e Pisciatello.

Sorrivoli - Cesena - TAPPA 12
Scavalcando basse colline e camminando sugli argini di rivoli, si arriva alla grande città. Si attraversa un territorio ondulato, coltivato a vite, ulivi e frutteti. Si incontrano pievi e oratori, piccoli e grandi, fino alla Madonna del Monte sui colli di Cesena.

Cesena - Ciola - TAPPA 13
Dal punto più basso e antropizzato del Cammino si comincia a risalire. Lo si fa seguendo il corso del fiume Savio, perdendo la vista delle sue acque tranquille solo per brevi tratti. Giusto il tempo e lo spazio per raggiungere i colli dove sorgono il borgo di Roversano e il torrione della rocca, per poi rituffarsi nella valle.

Ciola - Sarsina - TAPPA 14
Le colline appaiono tappezzate. Il giallo dei campi di grano si alterna al verde dell’erba medica interrotto a tratti da linee e macchie scure di bosco e creste grigie di argilla fine. Sul paesaggio che poi muta e diviene di macchia, prevale l’importanza della sagoma massiccia di Montesorbo, quella compatta del borgo di Calbano, quella sacra della Cattedrale di Santa Maria Annunziata e Santuario di San Vicinio.


DA VEDERE

Camaldoli


CHIESA DI SAN SALVATORE TRASFIGURATO
La chiesa attuale sorge sullo spazio del primitivo oratorio, del quale conserva il titolo e la centralità della posizione, rispetto alla planimetria dell'eremo. Da vedere sono il transetto, con l'affresco raffigurante la Visione di San Romualdo, la navata centrale in stile barocco napoletano e l'abside, nel quale è posta la Pala della Crocefissione, dipinto di scuola toscana risalente al 1593. All'interno della struttura della chiesa sono da segnalare anche la cappella di S. Antonio Abate, con lo splendido altorilievo in ceramica invetriata di Andrea della Robbia del XV secolo raffigurante la Vergine con il Bambino e i Santi, e l'Aula Capitolare.

CELLA DI SAN ROMUALDO
Le celle sono il luogo in cui gli eremiti vivono gran parte della giornata dedicata allo studio, al lavoro e alla preghiera. Le celle dell'eremo sono distribuite oltre il cancello che delimita lo spazio dedicato alla clausura. L'unica visitabile è quella di S. Romualdo, cui si accede dal piazzale della chiesa. È costruita ad un piano, con orticello esterno e caratteristica pianta a chiocciola, atta a difendersi dai rigori del clima invernale.

CHIESA DEI SANTI DONATO E ILARIANO
La chiesa originaria fu distrutta da un incendio nel 1203 e ricostruita in stile medioevale nel 1220. Venne poi riedificata nel '500 e ristrutturata tra il 1772 e il 1776. La sobria facciata esterna contrasta con le decorazioni barocche della navata interna. Conserva sette tavole del Vasari nell'altare maggiore, nel coro monastico e nelle cappelle vicine al presbiterio.

ANTICA FARMACIA
Fu costruita nel 1523 e fa parte dell'antico ospedale esistente fin dal 1048; è dotata di arredi in noce intagliato che conservano i prodotti in vendita e ceramiche dei secoli XVI-XVIII. In una stanza secondaria i monaci hanno ricostruito un Laboratorio Galenico con antichi mortai in pietra, frantoi, alambicchi, ricettari con disegni di piante medicinali, la distilleria dei liquori aromatici e una serie di animali esotici impagliati.

Foresteria
È la costruzione più antica del complesso religioso di Fontebona, quella adibita all'ospizio dei pellegrini. Della foresteria fanno parte il Chiostro di Maldolo, attraverso cui si accede al monastero, e i resti della Cappella dello Spirito Santo.


La Verna



CAPPELLA DELLE STIMMATE
La cappella fu eretta nel 1263 presso il luogo in cui il Santo ricevette le Stimmate. Sopra all'altare si trova la Crocefissione, l'altro capolavoro di Andrea della Robbia. Vi si accede attraverso il Corridoio detto delle Stimmate. La parete è affrescata per tutta la sua lunghezza con scene raffiguranti gli episodi più significativi della vita del Santo, ad uso dei pellegrini illetterati.

MUSEO
I pregevoli codici miniati del XV secolo, i paramenti liturgici, i dipinti e due opere di particolare significato, un crocifisso ligneo policromo, attribuito al Montorsoli, e un busto in ceramica, attribuito ad Andrea della Robbia, sono conservati nelle sale quattrocentesche e negli ambienti in cui visse il Santo. Il percorso si conclude nella sala dedicata all'antica Farmacia e al Laboratorio di Spezieria.

CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI
La chiesa è il primo luogo sacro del convento. Fu costruita dallo stesso Francesco tra il 1216 e il 1218 e ampliata tra il 1250 e il 1260. All'interno si trovano opere importanti di Andrea della Robbia, come la Natività e la Pietà; oltre alla tomba del Conte Orlando Catani, donatore a Francesco del Monte della Verna.

BASILICA MAGGIORE


Fu fatta costruire dal Conte Angelo Tarlato Tarlati e da sua moglie Giovanna di Santa Fiora in Vallesanta, tra il 1348 e il 1509. È intitolata a Santa Maria Assunta. Al suo interno colpiscono per la loro bellezza estetica le terrecotte invetriate bianche e azzurre eseguite dalla famiglia Della Robbia, tra le quali l'Annunciazione e l'Ascensione, due dei capolavori di Andrea della Robbia. Da vedere anche il Coro del 1495, realizzato in legno di noce in cui si trova l'organo, composto da quattro tastiere, novanta registri e cinquemila cinquecento canne.

Altri luoghi francescani
La Cappella della Maddalena, eretta sul luogo della prima capanna di San Francesco, dove è ancora visibile la pietra, ora inserita nell'altare, dove - secondo la tradizione - si sedeva Gesù Cristo quando parlava a San Francesco immerso in preghiera; il Sasso Spicco, imponente macigno che sporge sopra ad un'altra roccia, creando un anfratto naturale, divenuto il luogo preferito dal Santo per la meditazione; il Giaciglio del Santo, la grotta umida e fredda formata da enormi macigni sospesi l'uno sopra all'altro in cui, secondo la tradizione, Francesco era solito riposare stendendosi sulla nuda pietra.

I Castelli

Corzano

Il Castello e il Santuario della Madonna di Corzano

Sul colle di Corzano sovrastante San Piero in Bagno, sorgeva il castello dei Conti Guidi. Una rocca imponente a controllo dell'alta val Savio e delle vie di comunicazione per la Toscana, fino alla conquista dei Fiorentini nel 1404. La popolazione dopo l'abbandono si spostò nel sottostante borgo di San Piero, sorto nel XIV secolo come mercatale del castello. Accanto ai ruderi rimase la chiesetta di San Bartolomeo, con l'affresco venerato dalla popolazione, raffigurante la Madonna con il Bambino e Santa Caterina d'Alessandria. Con il passare del tempo il culto della Signora di Corzano si affievolì, fino a che, nel 1835, invocata dai fedeli fece cessare i forti terremoti, riconducendo a sé la devozione popolare. Fu allora edificato il santuario attorno alla primitiva chiesa e all'affresco ancor oggi oggetto di venerazione profonda, culminante in occasione delle feste celebrate la Domenica in Albis e l'ultima domenica di agosto.

Facciano

CASTRUM FACCIANI, est super quadam serra...

Il cardinale Anglic De Grimoard, legato papale, fece stilare nel 1371 una dettagliata descrizione geografica amministrativa della regione, conosciuta come Descriptio Romandiole. Il compilatore così descrive Facciano: Il Conte Guido di Bagno governa il Castello di Facciano posto sopra un colle di un altissimo monte; ha un recinto di mura attorno alla rocca e una torre fortissima e domina su tutto il vicariato di Bobbio. È collocato sopra una strada per la quale si va da Cesena a Bagno e in Toscana. Ci sono 25 focolari.

San Giovanni in Galilea

IL CASTELLO
Il Castello di San Giovanni in Galilea era noto già dal X secolo. Costruito in posizione dominante su uno sperone di roccia calcarea a 447 metri sul livello del mare, fu proprietà dello Stato della Chiesa e dei Malatesta di Sogliano. Del grande castello rimangono i resti delle antiche mura e il rudere della torre cinquecentesca. La Porta di Levante, l'unica rimasta, introduce al borgo di case costruite una accanto all'altra. Fuori dalle mura, alcune centinaia di metri più a valle, sorgeva la Pieve di San Giovanni Battista. La costruzione dell'edificio religioso di cui sono visibili le fondamenta dell'abside risale tra il 546 e il 570. La sua navata doveva misurare circa 26 metri per 15 e aveva un'abside semicircolare del diametro di 6 metri. Era imponente e pare sproporzionata per questi luoghi. In realtà dalla pieve dipendevano tutte le chiese del territorio e si trovava al centro di un crocevia di strade che conducevano alla val Marecchia, all'Uso e al Montefeltro. Fu abbandonata alla metà del 700 d.C., per i gravi danni alla struttura procurate dalle continue frane.

Borghi


ANTICO CASTELLO
In via del Poggio, si trovano i resti dell'antico castello. Del fortilizio rimangono parte delle mura e due torrioni. La rocca e la porta d'ingresso del borgo sono andati completamente distrutti durante la Seconda guerra mondiale al passaggio del fronte.



Monteleone

BORGO E CASTELLO

Monteleone è un borgo medioevale disposto a mezzaluna attorno al castello posto a 362 metri s.l.m. Le prime notizie di questo insediamento, quale possedimento della Chiesa ravennate, risalgono all'anno 1000. Fu feudo dei Malatesta di Rimini, degli Ordelaffi di Forlì e dei Montefeltro, in seguito passò sotto il dominio diretto della Chiesa di Roma per poi transitare nel 1485 in possesso dell'Arcivescovo di Filiasio Roverella Arcivescovo di Ravenna. Su piazza Byron si affaccia l'intero borgo formato da poche case e in particolare il castello trasformato a palazzo residenziale di campagna a metà del '700. Qui vi soggiornò, ospite della famiglia Guiccioli, il poeta George Byron. Nel 1960 fu acquistato dai conti Volpe.

Cesena

CHIESA DI SAN DOMENICO
Il complesso, ad una sola ampia navata, è stato riedificato ai primi del '700. Custodisce una serie importante di dipinti tra cui quello dei Santi Donnino, Carlo Borromeo e Apollonia e quello dell'Annunciazione, entrambi di Cristoforo Tavolini; la Madonna del Carmine, di Giovanni Francesco Modigliani e l'Epifania, di Francesco Menzocchi e Livio Modigliani.



ROCCA MALATESTIANA
Il complesso, completato intorno al 1476, è stato fatto costruire da Galeotto Malatesta in cima al colle chiamato Garampo, alto 85 metri. La rocca fu anche carcere. L'accesso è da Piazza del Popolo, attraverso un'ampia scalinata. Al suo interno trova sede il Museo della Civiltà Contadina.

FONTANA MASINI
È, insieme alla Biblioteca Malatestiana, il monumento più rappresentativo della città. Realizzata in pietra d'Istria, le prime notizie risalgono al 1452. La progettazione e la direzione dei lavori fu affidata a Francesco Masini. La vasca polilobata è ornata da mascheroni, cartigli, figure in rilievo. La struttura è complessa ed è caratterizzata da una coppia di lesene che reggono un timpano curvilineo. L'acqua che fuoriesce da un mascherone si getta in un catino semicircolare. Si riconosce il simbolo di Papa Sisto V, con l'insegna della città e le figure di due delfini ai margini del catino circolare, una pigna sulla sommità della fontana, l'immagine densa di particolari del Nettuno bolognese.

CATTEDRALE DI SAN GIOVANNI BATTISTA
Dedicata a San Giovanni Battista, venne costruita tra il 1300 e il 1405. In esterno, la cattedrale si presenta con una ampia facciata con portale in marmo in stile gotico e una scultura della Madonna col Bambino; un porticato, un imponente campanile (XV secolo) e la preziosa Cappella di San Tobia. L'interno è a tre navate. Da segnalare il Crocifisso di legno del XVI secolo e il magnifico altare di San Giovanni costruito a nicchia, al cui interno si trovano le immagini di Cristo, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista e la Cappella della Madonna del Popolo

Sarsina

CATTEDRALE DI SANTA MARIA ANNUNZIATA
SANTUARIO DI SAN VICINIO
La Basilica con Cattedrale risale all'epoca Bizantina, ma ha subìto una serie di interventi, il primo compiuto intorno all'anno 1000, che ne hanno fatto uno dei migliori esempi di stile romanico in Romagna. La pianta dell'edificio è a croce latina, mentre l'aspetto e l'interno della cattedrale sono semplici e austeri. Sulla parete destra è collocato il quadro più pregevole, la Messa di San Gregorio Magno, attribuita alla scuola del bolognese Carlo Cignani (1628-1719). In fondo alla navata destra si trova la Cappella di San Vicinio, fatta costruire nel 1755 dal vescovo Paolo Calbetti: conserva sotto l'altare le reliquie del Santo e dentro il tabernacolo la celebre catena o collare. Il collare di San Vicinio da secoli viene offerto al bacio dei fedeli o racchiuso al collo dei malati e degli ossessi che a migliaia, ogni anno e da tutta Italia, giungono a Sarsina per implorare la salute e il conforto. All'interno della cattedrale operano alcuni sacerdoti a cui compete l'esecuzione degli esorcismi. Al di sopra dell'altare è posta la pala di San Vicinio, raffigurante la Madonna con il Bambino e San Vicinio incoronato, opera di Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino (1550 ca - 1620). Lungo le pareti sono collocati i dipinti votivi, dedicati ai miracoli di San Vicinio descritti da un antico lezionario del XII sec. e realizzati da Michele Valbonesi tra il 1755 e il 1760: il ritrovamento della catena di San Vicinio nel Savio; la guarigione di una indemoniata ad opera di San Vicinio; apparizione della Vergine a San Vicinio eremita; la punizione di una mugnaia che aveva offeso San Vicinio. Ammirevoli sono anche sulla sinistra del presbiterio, l'ambone in marmo, opera del XII sec. (raffigurante i quattro evangelisti con i loro simboli) e una lastra marmorea del X secolo, proveniente dalla Badia di San Salvatore in Summano. Essa rappresenta il Cristo tra gli arcangeli Gabriele e Michele.



MAUSOLEO DI OBULACCO
Il monumento funebre proviene dalla necropoli di Pian di Bezzo. Eretto a ricordo di Aulo Murcio Obulacco, figlio di Annio della tribù Pupinia (I secolo a.C.). Ha una struttura ad edicola con copertura piramidale cuspidata. La porta sta a significare il trapasso. Il capitello e il cinerario sono copie fedeli degli originali, conservati nel Museo Archeologico.



STORIA
La vita e il culto di san Vicinio
A Vicinio la terra sarsinate e la media valle del Savio, ancora popolate di culti e divinità pagani, sono tributarie della prima evangelizzazione: i primi dati sicuri, a cui ci si possa appoggiare non per notizie riconducibili al santo ma per elevate testimonianze sull'antichità della locale comunità cristiana, conducono agli anni 455 e 507-511. Alla prima data risale una iscrizione cristiana conservata nel Museo Archeologico sarsinate; alla seconda va riferita una lettera – registrata nelle Variae di Cassiodoro (480/485-580ca.) - che il re Teoderico (454 ca.-526) invia a Gudila, vescovo ariano di Sarsina.


Dobbiamo partire da un dato che può meravigliare ma che corrisponde a verità: della vita di san Vicinio - primo vescovo di Sarsina - e delle sue vicende storiche sappiamo pochissimo, quasi nulla.

Tra gli specialisti autorevoli annoveriamo gli agiologi faentini Francesco Lanzoni e Giovanni Lucchesi. Il primo asseriva che «Vicinio, forse non senza ragione, suole assegnarsi al secolo IV», mentre il secondo ribadiva che «è comunque verosimile l'episcopato di san Vicinio nel secolo IV, o anche agli inizi del V».

La Vita sancti Vicinii Saxenatis episcopi è il solo documento che ci parla del santo, un testo agiografico composto in età medievale con finalità edificatorie, devozionali e cultuali; si tratta dunque di uno scritto commissionato (molto probabilmente dall'autorità vescovile e/o capitolare) e chi l'ha scritto (un anonimo di area romagnola e probabilmente d'àmbito riminese) si prefiggeva l'illustrazione di un modello di santità episcopale, la glorificazione del protagonista e la propaganda del santuario.

La Vita è tramandata da cinque manoscritti: il Passionario della Biblioteca Gambalunga di Rimini della seconda metà del secolo XII; il codice 1622 della Biblioteca Universitaria di Padova, del secolo XV; il codice Vaticano Latino 5834, scritto verso la metà del secolo XVI e compilato dall'erudito ravennate Gian Pietro Ferretti (1482-1557); i manoscritti H.8.1 e H.9 della Biblioteca Vallicelliana di Roma, fine XVI-inizio XVII secolo.


Il testo, volgarizzato dal sacerdote sarsinate Filippo Antonini, 1560 -1621 (Vita et miracoli del glorioso confessore s. Vicinio vescovo, et protettore di Sarsina. Nouamente posta in luce d'ordine di monsignor Nicolò Brautio vescouo di Sarsina. Ad instanza del Capitolo della medesima Città, Sarsina 1609), viene édito per la prima volta dai Bollandisti. La Vita sancti Vicinii fu composta a cavallo dei secoli XI-XII, e comunque non oltre la prima metà del XII, a motivo della datazione del codice riminese che per primo la tramanda; un riferimento interno al vescovo sarsinate Uberto (documentato da prima del 20 maggio 1028 a dopo il 1053) funge da indicatore e spartiacque cronologico.

Che cosa ci racconta di Vicinio? Originario della Liguria, vale a dire dell'Italia nord-occidentale, giunse a Sarsina in tempo di persecuzioni; qui predicò il Vangelo, fu ordinato vescovo e svolse santamente il ministero episcopale, dedito alle virtù pastorali e in particolare a liberare con la preghiera e col digiuno gli infelici oppressi da influsso demoniaco.

Esercitò al sommo grado tutte le virtù evangeliche, ammaestrando clero e popolo, sovvenendo ai poveri, alle vedove, agli orfani e ai sofferenti, praticando la povertà in prima persona, pregando, vegliando e digiunando, aborrendo tutto ciò che era mondano e improntando il proprio essere e il proprio agire alla sequela di Cristo.


La sua presenza fisica determinò molteplici opere miracolose, guarendo da malattie e liberando gli ossessi dal demonio: azione, quest'ultima, nella quale Vicinio eccelleva; una sorta di specializzazione, precisa il testo, constatata e registrata anche al tempo della sua stesura. Dopo ventisette anni e tre mesi di episcopato, ricevette con la morte il premio che Dio riserva ai suoi figli diletti. Con trionfali esequie e un funerale famoso per la solennità della liturgia, fu sepolto in un sarcofago marmoreo collocato nella cripta. Dopo la sepoltura, continuarono i miracoli operati per sua intercessione presso il suo sepolcro e la vita cristiana crebbe rigogliosa.

È una "vita" che non ha notizie biografiche: nulla della famiglia d'appartenenza di Vicinio, nulla su nascita e infanzia; alcun episodio riferito alla vita terrena, al periodo precedente l'elezione episcopale e all'operato da vescovo (ma l'assenza di cronologia e di cronotopi è anche in funzione dell'atemporalità della figura del santo); si fa cenno a miracoli in vita ma non vengono raccontati; gli episodi prodigiosi appartengono tutti al post mortem.

Lo scenario d'azione dell'evangelizzatore rimane su un piano indistinto. Mancano implicazioni urbane da potersi definire sarsinati in senso stretto; la città è soltanto genericamente nominata («si diresse alla volta della città di Sarsina, comunemente chiamata Bobbio») e individuata dai connotati geografico-topografici: è collocata fra gli Appennini, ai suoi piedi scorre il fiume Savio e si trova sulla direttrice viaria Ravenna-Roma.
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I secoli posti tra l'esistenza del santo e l'età di redazione della Vita Vicinii hanno inghiottito notizie e informazioni puntuali; del suo protovescovo la Chiesa sarsinate conserva soltanto lineamenti generali, derivati dalla tradizione e poggiati più sull'oralità che sui documenti scritti, dal momento che la memoria storica risulta del tutto offuscata, per non dire definitivamente perduta.

Ma qui l'agiografo si limita a prendere atto dell'esistenza di un culto secolare, attestato e ribadito dalla prassi devozionale di cui è testimone la sua fonte, cui non intende aggiungere nulla o sovrapporre alcunché di forzato; registra un dato tradizionale e lo rispetta pur nell'autocosciente consapevolezza della povertà delle indicazioni. All'autore non rimane che procedere ad un'azione programmatica pressoché obbligata: esaltare, per il tramite dei miracula post mortem registrati e registrabili intorno al sepolcro, il carisma taumaturgico del corpo di Vicinio, e dunque le proprietà esclusive della cattedrale sarsinate (plebs urbana, non si dimentichi), ormai rinomata custode di un locus sanctus, con tutte le prerogative del sanctuarium (di cui i racconti prodigiosi sanciscono le canoniche specificità); del resto la fitta rete di santuari e il ricco panorama di pellegrinaggi denunciati dal testo pongono la città sul Savio fra le mete dei questuanti bisognosi e dei cercatori del Dio-salus, sancendone una sorta di ufficialità e improntando una pubblicizzazione che sortisce l'efficacia maggiore proprio nella spettacolare e puntuale concretezza delle azioni miracolose derivate dai meriti del santo. Il catalogo dei miracoli mette in sequenza storie - che risultano veri e propri quadri di genere - assolutamente indipendenti fra loro, benché manifestino analoghi procedimenti narrativi e medesime modalità stilistiche; la loro conclusione comporta sempre un ravvedimento e una conversione della persona esaudita o guarita, e il malato diventa uno "strumento" del santo.


C'è una coscienza collettiva alla base dei racconti prodigiosi, dai quali si sprigiona un culto che giunge a determinare persino forme di aggregazione sociale (la festa del patrono confluisce in fiere e occasioni di commercio): la solennità liturgica si prolunga così su un versante laico e civile, con più elevata frequenza e densità. I miracoli, vera sopravvivenza postuma del santo, ruotano attorno ai consueti ingredienti (malato, taumaturgo e pubblico) e si sviluppano narrativamente secondo la classica struttura ternaria:
1) l'insorgere di un problema-difficoltà;
2) l'intervento del santo-aiutante;
3) la scomparsa del problema-difficoltà.

La sequenza dei nove racconti miracolosi è così articolata:
• liberazione di un indemoniato
• un ricco cessa di vessare un suo diacono
• furto della «catena», suo prodigioso rinvenimento e liberazione d'indemoniato
• una donna, che ha irriso il santo, dapprima viene punita e poi liberata
• guarigione di un cavallo, in seguito morto per inadempienza del voto
• liberazione di un prete ingiustamente incarcerato
• furto di sacre offerte e conseguente punizione
• guarigione di uno storpio
• la reliquia del santo, dimenticata in un letto per distrazione, si manifesta prodigiosamente e così viene recuperata

L'agiografo deve aver operato una selezione senza alcuna preoccupazione cronologica (peraltro impossibile per lui perché già impossibile per le sue fonti), miscelando materiale taumaturgico più o meno "vecchio" (e di tradizione orale) con episodi più recenti perché riconducibili a testimonianze direttamente o indirettamente pervenute ai committenti.
TESTIMONIANZE SU SAN VICINIO
Come tutti i santi, anche Vicinio ha un culto ed una devozione documentati nel corso dei secoli. Alquanto significativa, in proposito, è l'età medievale, nella cui lunga durata si appuntano varie e variegate segnalazioni riguardo al santo vescovo di Sarsina. La più antica è costituita da una preghiera attribuita all'abate benedettino san Guglielmo da Volpiano contenuta in un codice del secolo XI: fra i santi venerati troviamo affiancati Apollinare, Vitale e Vicinio. La seconda testimonianza si trova in un altro testo agiografico (Sancti Rophilli episcopi Foropopiliensis miracula post mortem), trasmesso da un codice in gran parte degli inizi del sec. XI; nel secondo episodio narrato san Vicinio è protagonista, insieme al vescovo Rufillo di Forlimpopoli. In un notevole documento iconografico raffigurante Cristo in trono fra i santi Giovanni Battista e Vicinio e donatori, conservato nella Biblioteca Malatestiana di Cesena, con esattezza datato 1104, qualcuno vi riconoscere la figura di s. Vicinio proprio grazie alla presenza del suo tipico attributo: il protovescovo sarsinate (a destra del Cristo) è accompagnato da un'ancella che reca il collare. Un'interessantissima attestazione del culto viciniano, datata 1120, si trova nell'abbazia di Montetiffi, una fondazione benedettina del Montefeltro risalente alla metà del secolo XI: nella chiesa abbaziale si conserva la base dell'antico altare con un'epigrafe che menziona san Vicinio (primo di una lista santorale che comprende Agostino, Nicola, Leonardo, Giorgio e Giovanni Battista). Si devono poi aggiungere: un privilegio di papa Lucio III, del 1182 (cita i mercanti che giungevano a Sarsina per la festa di san Vicinio e che dovevano versare al Capitolo della cattedrale la terza parte delle tasse dovute); il sinodo diocesano del 1380, testimone del fatto che sul monte detto di San Vicinio si trova una chiesa a lui dedicata; un documento notarile del 1404 attestante la solennità di san Vicinio, con la partecipazione obbligatoria di tutti i chierici del circondario. Il culto ritorna prepotente nella seconda metà del Cinquecento, in clima post-tridentino, e agli esordi del Seicento: alimentata da evidenti impulsi di carattere locale, la devozione al santo subì agli inizi del secolo XVII una forte accelerazione ad opera soprattutto di un volumetto composto da Filippo Antonini. La redazione, fa capire l'autore, è voluta dal vescovo Nicola Brauzzi (1602-1632) e verosimilmente rientra in un progetto che intende partire da una riscoperta della tradizione locale, e dunque anche del culto dei santi; una rilettura ed un rinnovamento già iniziati dai presuli predecessori, artefici di riesumazioni, ricognizioni e traslazioni delle reliquie del santo.




 

   
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