IL PELLEGRINAGGIO NEL TERZO MILLENNIO
LA VIA BENEDICTI

Un itinerario tra la bellezza e la cultura delle abbazie benedettine
La visita alle abbazie benedettine permette di scoprire il patrimonio di cultura e tradizioni trasmesse nei secoli dai monaci: prestigiose biblioteche e laboratori di restauro, preziosi lavori di tessitura e ricamo, solenni armonie di canti gregoriani durante le funzioni religiose, erbe e piante officinali ed aromatiche con cui si preparano prodotti fitoterapici e rinomati distillati e liquori acquistabili presso le rivendite interne ai monasteri, insieme a miele, marmellate, cioccolata.

La società civile organizzata

Nate in tutta Europa, le abbazie benedettine hanno rappresentato i principali centri di irradiazione della cristianità nell’Occidente medievale, ma anche efficienti laboratori del vivere civile, contributo che fu decisivo per la rinascita morale e culturale del continente dopo il collasso della società tardoantica. Al loro interno nasce e si concretizza il concetto di “società civile organizzata”, si applica la Regola benedettina, un codice di comportamento, che ruota intorno alla figura dell’abate e che ha valore individuale e collettivo, capace di rivolgersi alla coscienza dei singoli per garantire la qualità della vita in comune. E così i monasteri benedettini rappresentano vere e proprie comunità, società in miniatura, in cui s’intersecano attività meditative e spirituali, ma anche culturali, amministrative, produttive. In tal senso il messaggio trasmesso dalle numerose comunità monastiche benedettine in Europa ha contribuito alla costruzione dell’individuo e della moderna società europea e ne rappresenta, oggi più che mai, un valido punto di riferimento di valori democratici e civili.

Sul sito www.viabenedicti.it troverai tutti gli approfondimenti su: storia, arte, natura e territorio dei luoghi dell’itinerario benedettino.


Alle radici della cristianità e della civiltà europea

Seguendo le tappe dei Cammini di Fede ci si immerge in un'atmosfera unica che offre l'occasione di riflettere, di vivere inmodo diverso le proprie emozioni e di scoprire, al tempo stesso, la complessità e la varietà delle forme assunte da un movimento, quello monastico, che, a partire soprattutto dal VI secolo, segnò il corsodella storia, dell'arte e della cultura in Italia, offrendo un contributo determinante alla nascita della civiltà europea.
Dalla religione pagana a quella cristiana
Numerose fondazioni di chiese sui resti di templi romani dimostrano che il passaggio dalla religione pagana a quella cristiana avvenne in maniera graduale; la popolazione continua tutt'oggi a mostrare una particolare affezione ai propri Santi celebrandoli con feste, le cui tradizioni spesso sono legate ad avvenimenti del passato; alcune di queste nascono dall'adattamento di riti pagani a culti in onore di santi cristiani, come avveniva fino a due secoli fa nella città di Isernia, dove le antiche feste pagane di Priapo erano state "trasformate" in quelle per san Cosma, il santo medico operante insieme al gemello san Damiano. Capacità guaritrici erano attribuite anche all'acqua miracolosa sgorgante dal sarcofago di san Nicandro (la "manna" di san Nicandro) che curava gli ammalati giunti nella città di Venafro. I santi hanno avuto spesso un ruolo importante nella nascita e nello sviluppo di numerosi centri urbani. La loro presenza (attraverso reliquie ed oggetti a loro appartenuti o a loro legati) era considerata una sicura protezione da eventi negativi. A causa di ciò, durante il Medioevo si diffuse anche l'abitudine di "adottare" reliquie di santi e sante provenienti da altre città o da paesi stranieri. Le reliquie potevano anche essere rubate da una città rivale; tali pratiche, piuttosto diffuse, erano definite " furta sacra". Costruire una chiesa che custodisse le reliquie, "possederle", avrebbe significato protezione da catastrofi naturali, guerre o invasioni ed avrebbe significato anche un grande afflusso di pellegrini con innegabili effetti economici a livello locale. A tal scopo si ricordi il culto di sant'Emidio, introdotto ad Agnone dai lanaioli ascolani affinché proteggesse la città dai terremoti, o di san Giorgio, ritenuto dagli abitanti di Campobasso artefice della vittoria sulle città nemiche durante gli scontri avvenuti nel tardo medioevo.


L'Europa di San Benedetto

San Benedetto (Norcia 480 - Cassino 547) visse all'alba dei "secoli bui" dell'altomedioevo. All'indomani dell'inarrestabile declino dell'impero romano, in un'Europa ancora dedita a culti pagani, confusa e sconvolta dalle invasioni barbariche, con la popolazione decimata da pesti e da carestie, san Benedetto affrontò con vigore l'evangelizzazione e avviò un cammino di rinascita morale e culturale, che si tradusse presto nell'opera più ampia di unificazione spirituale e civile dell'intero Occidente. Sotto la guida dei monaci benedettini molte popolazioni europee impararono a prosciugare le paludi, a diboscare le selve, a coltivare la terra, a tracciare nuove strade, a leggere e a scrivere


La vita all'interno dei monasteri

Il suono della campana, prima dell’alba, annuncia l’inizio della giornata che si apre con la preghiera. In chiesa si recita l’ufficio notturno e, al termine, le lodi mattutine. Può così cominciare il tempo del lavoro durante il quale ogni monaco svolge l’attività di propria competenza che non interrompe più sino alla Messa conventuale, punto culminante della vita monastica. A ricordare l’ora del pranzo risuona la campana dell’Angelus: nel refettorio l'abate benedice la mensa e il lettore, come vuole la regola, legge un brano di S. Scrittura durante il pasto. A tavola i monaci si servono a vicenda, a turni settimanali. Al termine del pasto i monaci tornano al lavoro fino ai rintocchi della campana della cena. Dopo un semplice e rapido pasto il monastero s’immerge nel silenzio: è l'ora di compieta, la preghiera della sera, l'ultimo atto che conclude la lunga e operosa giornata del monaco. Da compieta all'indomani mattina, finito l'ufficio notturno, nessuno può rompere il silenzio senza un grave motivo.



Cammino di Francesco e Via Benedicti. Cresce l'entusiasmo tra gli operatori e i giornalisti

Si è rivelata vincente l'idea di ospitare a Rieti agenti di viaggi e giornalisti che dopo aver partecipato all’ educational realizzato dall'APT della Provincia di Rieti, personalmente hanno potuto apprezzare la bontà del Cammino e riversarla sul mercato ognuno con i propri mezzi. E che sta dando ancora i suoi frutti: riflessi positivi sia per il Cammino che per altre risorse turistiche della Sabina, meno note ma di grande spessore. E' il caso del servizio su Gente Viaggidi Settembre della giornalista Manuela Soressi che, dopo aver partecipato all'educational, propone uno spaccato sul museo del silenzio a Fara Sabina, unico al mondo e realizzato all'interno del monastero delle suore di clausura eremite. Un angolo di pace che invita al relax, alla quiete e alla meditazione. A soli cinque chilometri dall'Abbazia di Farfa, dove frati benedettini offrono prodotti tipici ed ospitalità, prima di immergersi lungo la Via Benedicti, itinerario turistico, anche questo ideato e promosso dall’APT di Rieti, che da Norcia a Cassino, passando per la Sabina e Roma, guida il turista alla riscoperta delle radici del monachesimo occidentale e della cultura cattolica europea, attraverso 10 tra i più importanti luoghi di fede dell’Umbria e del Lazio in cui è vissuto san Benedetto e i suoi successori. La figura di San Benedetto rappresenta un elemento unificatore in un’Europa da sempre impegnata a costruire un’identità civile, culturale e spirituale. Il suo messaggio, diffuso dalle tante comunità benedettine presenti ovunque a partire dal VII secolo, ha sostenuto il “vecchio continente” durante i periodi più bui della storia, offrendo un decisivo contributo alla costruzione della moderna società, tanto da meritarsi il titolo di Santo Patrono d’Europa.



LE TAPPE

Partendo da Norcia in Umbria, passando per la Sabina, la Ciociaria e Roma nel Lazio, il viaggio si conclude in Molise, a Rocchetta al Volturno. Un itinerario emozionante che attraversa i luoghi in cui si concentrarono la vita e l’attività di san Benedetto e dei numerosi successori. Le architetture e la sacralità dei luoghi, le amenità del paesaggio vi faranno vivere un’intensa esperienza spirituale e non solo. Per ogni tappa della Via Benedicti sono state selezionate informazioni e curiosità che ci auguriamo possano stimolare la vostra curiosità di viaggiatori.


BASILICA DI S. BENEDETTO A NORCIA

Con Norcia, in Umbria, comincia la Via Benedicti
Prima tappa della Via Benedicti è Norcia dove egli nacque nel 480 d. C, da un'agiata famiglia romana, insieme alla sorella gemella Scolastica e qui visse i suoi anni giovanili fino all’età di 12 anni, quando si allontanò dalla sua terra natale per andare a studiare a Roma e per non farvi più ritorno. Sui monti della vicina Val Castoriana il giovane Benedetto ebbe modo di entrare in contatto con i monaci siriani giunti dall’Oriente (“i Padri del Deserto”), che frequentavano l’Abbazia di S.Eutizio a Preci e le grotte circostanti, e che si possono ritenere i padri spirituali del santo.

Oggi, nella Piazza principale di Norcia, dedicata a san Benedetto, intorno alla statua realizzata da Giuseppe Prinzi ed eretta in onore del santo nel 1880, si affacciano i più importanti edifici della città. Tra questi la Basilica di S. Benedetto che sorge sopra i ruderi di un edificio romano del I-II sec. d.C. identificato, secondo la tradizione, come la casa dove nacquero i santi gemelli. La Basilica, eretta tra il 1290 e il 1338 sulla cripta preesistente del IX sec., è stata rimaneggiata varie volte in seguito ai danni provocati dal terremoto nei sec. XVII e XVIII e restaurata in occasione del Giubileo del 2000.


Percorso di visita

La Basilica presenta all’esterno una facciata a capanna della fine del sec. XIV in stile gotico con un bel portale ogivale finemente scolpito e sovrastato da una lunetta raffigurante la "Madonna con Bambino tra angeli"; un elaborato rosone centrale e due nicchie laterali con le statue di san Benedetto e della sorella santa Scolastica. Alla fiancata destra della chiesa è stato addossato verso il 1570 la Loggia dei Mercanti, o Portico delle Misure, per creare una sorta di mercato coperto dei cereali: ancora oggi sono visibili i recipienti in pietra utilizzati per le misure.
L'interno, a croce latina con unica navata e abside poligonale, è strutturato su due livelli. Al piano superiore si trova la chiesa principale che mescola elementi romanici, gotici e barocchi a testimonianza delle varie modifiche subite nei secoli. Le pareti sono decorate con preziosi affreschi del 1500 e tele del 1600 tra cui quella prodotta da Filippo Napoletano nel 1621 racconta una storia curiosa della vita di Benedetto, allorché il santo riceve un fante travestito da re, inviato, al suo posto, da Totila, re dei Goti. Dalla navata della chiesa si accede, attraverso due scalette laterali, alla cripta posta al piano inferiore. Nell’ambiente diviso in tre piccole navate si vedono i resti di antiche mura romane (I-II secolo d.C.), ritenuti appartenenti alla casa natale del santo, una lapide a memoria della nascita dei due gemelli e frammenti di affreschi trecenteschi sulle pareti.


CHIESA DI SANTA SCOLASTICA A NORCIA

Nei dintorni di Norcia la Via Benedicti incontra santa Scolastica
Poco distante da Norcia, la Via Benedicti ci conduce alla Chiesa di Santa Scolastica, ubicata su un fertile altopiano, fondo di un antico lago, che raggiunge i 700 metri di quota, nel cuore dell'Appennino umbro-marchigiano, inserito nel comprensorio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

La chiesa è dedicata a santa Scolastica, sorella di san Benedetto perché, secondo la tradizione, proprio in questo luogo ella riunì le prime consorelle e vi dimorò fino al trasferimento a Cassino.

ll primitivo nucleo della chiesa risale al periodo alto-medievale, come testimoniano le strutture con elementi di epoca romana visibili intorno all’edificio attuale. Ristrutturazioni e rifacimenti si ebbero tra la fine del XIV secolo e gli inizi del XV, così come nei secoli XVII e XVIII.

Come risulta dalle cronache locali, il luogo nei secoli è sempre stato oggetto di culto e meta di continui pellegrinaggi, soprattutto in caso di siccità, visto che santa Scolastica è invocata dalla tradizione popolare per la difesa dai fulmini e per ottenere la pioggia.


Percorso di visita

All’esterno ci accoglie la facciata, con tetto a capanna, ristrutturata nel Settecento.
All’interno, nell’unica navata a pianta rettangolare della chiesa, risaltano il soffitto ligneo del XVIII sec., nella parete di fondo una lunetta con la Madonna in trono con il Bambino incoronata da due angeli e lungo le pareti un ciclo di affreschi quattrocenteschi di oltre 100 mq, recentemente scoperti e relativi agli episodi salienti della vita di san Benedetto. Graffiti, apposti dai visitatori in più di mezzo secolo, decorano le pareti della chiesa.


Monastero di S. Benedetto a Rieti

Il monachesimo femminile a Rieti
La chiesa di S. Agata ad Arci, già possesso dell’Abbazia di Farfa, è ricordata a partire dal 761 nei pressi del luogo dove oggi sorge il Monastero di S. Benedetto. L’attuale cenobio femminile fu costruito agli inizi del XIV secolo e gradualmente ampliato a ridosso delle mura della città, presso la casa dei Cimini, dove si apriva anche una porta detta di San Benedetto. Nel primo Trecento le monache ottennero dal comune di poter ampliare una via lungo il Càntaro per facilitare il passaggio dei viandanti. La chiesa fu radicalmente ristrutturata agli inizi del Cinquecento, mentre il monastero subì lavori lunghi e dispendiosi nella seconda metà del secolo. Gli ultimi interventi sulla chiesa monastica, compiuti nel Settecento, le diedero un aspetto squisitamente barocco. Confiscato e assegnato al comune di Rieti dopo l’unità d’Italia, il monastero fu adibito a edificio scolastico.


Abbazia di San Pastore a Contigliano

Ricostruita dai “monaci bonificatori” cistercensi
Il monastero di S. Matteo de Insula fu fondato agli inizi del XIII secolo per poi divenire, nel 1218, una filiazione dell’abbazia cistercense S. Maria
di Casanova in Abruzzo. L’attività dei cistercensi si concentrò sulle operazioni di bonifica della piana compiute di concerto con il comune reatino.
L’insuccesso finale di tali operazioni costrinse i monaci e i conversi ad abbandonare l’insediamento originario, ormai insalubre, per trasferirsi a partire dal 1234 presso il monastero di S. Pastore nei pressi di Contigliano. L’Abbazia di San Pastore fu edificata tra il 1255 e il 1264; per la costruzione
degli altri edifici annessi occorse più tempo, dato che nel 1283 si stava ancora lavorando ai dormitori.
Tra Quattrocento e Cinquecento molti edifici furono restaurati. Dopo il 1561 il monastero fu lasciato dai cistercensi e affidato dal 13 dicembre del 1580 ai canonici lateranensi che lo abbandonarono definitivamente nei primi decenni del secolo XIX. E' stato quasi del tutto ristrutturato


ABBAZIA DEI SS. QUIRICO E GIULITTA A MICIGLIANO

La sapienza benedettina nella cura del territorio
Situata nei pressi del greto del fiume Velino, l’Abbazia dei Ss. Quirico e Giulitta fu fondata probabilmente nei primi decenni del X secolo, in seguito alle incursioni saracene che, incendiando e saccheggiando alcune chiese, avevano in parte disarticolato le strutture religiose del territorio. L’abbazia benedettina ebbe un ruolo di grande rilievo nell’organizzazione territoriale dell’alta vallata del Velino e nello sfruttamento delle aree marginali in quota, utilizzate come pascoli e in parte terrazzate e ridotte a coltura. Filoimperiale nell’XI secolo, l’abbazia fu incendiata nella metà del successivo durante l’occupazione normanna di gran parte del comitatus reatino. Ricostruita dall’abate Sinibaldo, fu consacrata nel 1179 dal vescovo di Rieti Dodone. Nel 1215, in seguito all’uccisione dell’abate da parte di alcuni monaci, papa Innocenzo III l’affidò a Gervasio, abate di Prémontré. I possessi monastici,oltre a un gruppo di chiese dipendenti diffuse lungo l’alta valle del Velino e sulle aree in quota, si estendevano anche in altre regioni limitrofe, in particolare nell’Abruzzo.


Abbazia di San Salvatore Maggiore a Concerviano

Dall’Impero allo Stato della Chiesa
Situata tra Concerviano e Longone, l’Abbazia di S. Salvatore Maggiore fu fondata nel 735, in un periodo di grande fortuna per i monasteri nel regno longobardo. Abbazia imperiale, ampliò i suoi possessi, oltre che nel Reatino, in Sabina, nelle Marche, in Abruzzo e nella stessa Roma.
Nell’891 fu presa e incendiata dai saraceni. Ricostruita con qualche difficoltà nel secolo successivo, nella lotta per le investiture si schierò con gli imperatori contro i papi. Con il concordato di Worms del 1122 S. Salvatore fu inglobata,
anche se dopo forti resistenze, nel nascente Stato della Chiesa; la locale nobiltà rurale si oppose a vari tentativi d’introdurvi la riforma cistercense.
Dagli inizi del Trecento iniziò la progressiva decadenza dell’abbazia, che subì profondi sconvolgimenti sociali, fu assaltata e in parte distrutta, perse irreparabilmente l’archivio abbaziale e fu gradualmente svuotata di possessi e potere.


Abbazia di Santa Maria a Farfa

Nella Sabina: centro di civiltà e cultura
Tra i boschi e gli uliveti della Sabina sorge l’Abbazia di Santa Maria a Farfa, uno dei gioielli architettonici del Lazio. Il nome deriva dall'omonimo fiume, il Farfarus di Ovidio, che scorre poco lontano e ha dato il nome anche al borgo adiacente. L’Abbazia è stata uno dei più potenti centri monastici del medioevo. Le sue origini risalgono alla metà del VI secolo, quando fu fondata dal vescovo Lorenzo sui resti di un’antica struttura romana, forse un tempio dedicato alla dea Vacuna. Incendiata dai Longobardi, fu riedificata nel 680 a opera di Tommaso di Maurienne. L’Abbazia estese progressivamente il suo controllo religioso e amministrativo a gran parte del centro Italia, diventando un’organizzazione potentissima con interessi spesso in contrasto con quelli dei pontefici di Roma. L’Abbazia “imperiale”, cosiddetta per l’appoggio ricevuto da imperatori e re, da Carlomagno a Federico Barbarossa, conobbe il massimo splendore tra l’VIII e il IX secolo, quando rappresentò un importante centro di cultura e favorì la rinascita degli studi. Gli ampliamenti e le ristrutturazioni eseguite tra ‘400 e ‘600 caratterizzano l’attuale complesso architettonico.

Nel periodo di massimo splendore diede nuovo impulso alle opere di dissodamento delle terre e di diboscamento delle foreste, sviluppando l’agricoltura e favorendo il fiorire e la crescita di un tessuto economico e produttivo, come dimostrato dalle sue famosissime fiere, cui accorrevano i mercanti da ogni dove.


Percorso di visita

Per ammirare il complesso nella sua interezza, conviene risalire la strada verso Castelnuovo di Farfa. L’abbazia è il frutto di numerosi ampliamenti, ristrutturazioni e rifacimenti nel corso dei secoli. Vi si accede attraverso un portale romanico del XV secolo (opera di Anselmo da Perugia) sormontato da una lunetta in cui è affrescata una "Madonna con Bambino e Santi".
Nel cortile, dominato a sinistra dalla grande torre merlata detta "Palazzaccio",
ci si trova di fronte la bella facciata della chiesa (consacrata alla Vergine e ricostruita nel Quattrocento dal cardinale Battista Orsini inglobando preesistenti strutture longobardo-carolingie), adornata da un bel rosone e frammenti di sarcofagi paleocristiani e romani.
Un elegante portale tardogotico conduce nella chiesa, a tre navate.
Qui si ammirano: sulla navata centrale il soffitto ligneo a cassettoni del 1494, opera di maestranze tedesche, sulla controfacciata un bel Giudizio finale dipinto a olio su muro nel 1561 da mani fiamminghe, nella navata sinistra affreschi e quadri di Orazio Gentileschi e della sua scuola, nel transetto e nell’abside vari affreschi a grottesche della scuola degli Zuccari.

Nel coro, durante i vespri risuonano suggestivi i canti gregoriani dei monaci benedettini. Coinvolgente è anche la visita alle parti più antiche della struttura: la cripta semianulare dell’VIII secolo, con un sarcofago romano del II secolo d.C., la torre campanaria, i resti del piccolo chiostro del XIV secolo, detto "longobardo", con bifore romaniche. Da segnalare l’attuale biblioteca statale, a cui si accede dal chiostro del tardo ‘500, con al centro la statua bronzea di san Benedetto, che conserva il ricordo dell’antico scriptorium in cui tra il 1090 e il 1134 operò il monaco Gregorio da Catino, che ci ha trasmesso circa 3.500 documenti rilevanti non solo per la storia farfense, ma europea, contenente 350 manoscritti, 56 incunaboli e oltre 60.000 volumi.


ABBAZIA E BASILICA DI SAN PAOLO FUORI LE MURA A ROMA

Tra i grandi centri della fede a Roma
A pochi chilometri “fuori” dalle mura Aureliane (da cui il suo nome), lungo la Via Ostiense, vicino alla riva sinistra del Tevere, sorgono l’Abbazia benedettina di San Paolo fuori le mura e l’omonima Basilica, una delle quattro basiliche cattoliche di Roma, la seconda più grande dopo quella di San Pietro. Dedicata all’apostolo Paolo che in questo luogo, secondo la tradizione, subì il martirio e qui fu in seguito sepolto nella tomba sotto l'altare maggiore, la Basilica ha condiviso nei secoli le sorti dell’annessa abbazia. Una primitiva comunità monastica era qui presente già nel secolo V, ma è nei secoli XII e XIII che il complesso monastico romano raggiunse la massima grandezza spirituale ed economica. La storia della basilica ci conduce al 1823 quando, nella notte tra il 15 e il 16 luglio, un incendio fortuito la ridusse in breve a un cumulo di rovine. La ricostruzione si protrasse per un intero secolo e si concluse con la realizzazione, nel 1931, della monumentale porta centrale di bronzo, opera del Marami. La ripresa in pieno della vita monastica ed economica dell'abbazia iniziò alla fine del secolo XIX e proseguì nel XX.


Percorso di visita

Al periodo di maggior splendore della basilica risalgono le opere di grandi artisti: il chiostro romanico-cosmatesco realizzato da Pietro Vassalletto, la decorazione dell’abside eseguita dai mosaicisti veneziani, i mosaici della facciata e i pregiati affreschi delle pareti interne del toscano Pietro Cavallini, il magnifico baldacchino gotico innalzato sul sepolcro dell'Apostolo, opera di Arnolfo di Cambio.
La parte della basilica che guarda a via Ostiense è del '400, quella intorno al grande cortile è cinquecentesca, con importanti ritocchi della seconda metà dell'Ottocento. E’ da visitare la famosa biblioteca, con la preziosa “bibbia carolingia” o di Carlo il Calvo, voluminoso manoscritto pergamenaceo scritto dal copista Rigoberto negli anni 860-870, e il piccolo ma importante museo che raccoglie le testimonianze paleocristiane del luogo.

La porta di bronzo lavorata con figure in argento e smalto eseguite a Bisanzio nel 1070, dopo accurato restauro, è stata risistemata all'interno della Porta Santa della basilica.
L'interno è solenne e maestoso. Volte a botte, stemmi a stucco dei principali monasteri cassinesi sulle lunette, un grandioso lampadario barocco e massicci tavoli disposti a ferro di cavallo. Nelle varie sale vi sono tele di pregevole fattura di autori diversi e nella sala del tesoro oggetti e cimeli preziosi. Nella cappella delle reliquie sono conservate, tra l'altro, le catene di san Paolo, vero e proprio oggetto di culto e di venerazione


CONVENTO DI SAN COSIMATO A VICOVARO

L’eremitismo: una scelta che lascerà il posto a quella cenobitica
Seguendo l’esperienza spirituale di san Benedetto, la Via Benedicti ci conduce a Vicovaro, località nella valle dell’Aniene a 45 Km da Roma. Qui si trovano il Convento di S. Cosimato, oasi di tranquillità immersa nella fantastica natura del Parco Regionale dei Monti Lucretili, e le numerose Grotte affollate un tempo dagli eremiti.

Abbandonata Roma e gli studi letterari, san Benedetto scelse questi luoghi come luogo solitario dove ritirarsi. Rimase nascosto in una grotta per tre anni aiutato da un monaco di nome Romano che dall'alto della rupe calava abilmente il pane con una lunghissima fune, a cui aveva agganciato un campanello: l'uomo di Dio sentiva, usciva e lo prendeva. Qui san Benedetto soggiornò per diversi anni affrontando l’esperienza eremitica d’isolamento estremo che in seguito, a Subiaco, lascerà il posto a quella cenobitica, definitiva.

In questo luogo, nel VI secolo i seguaci del santo eressero una chiesa e un monastero dedicandoli ai santi medici Cosma e Damiano. Devastato più volte da barbari (sec. VI) e Saraceni (IX) è passato nei secoli dalla guida dei cluniacensi prima (sec. X) a quella dei cistercensi poi (XIII) che rimasero fino al 1407, anno in cui il monastero vicovarese fu concesso da Gregorio XII ai Frati Ambrosiani di S. Clemente a Roma, che tra fine XV inizio XVI secolo provvidero a un ampio restauro. Dal 1648 è stato affidato ai Frati del Terzo Ordine Regolare di san Francesco, mentre da pochi anni è gestito da una cooperativa di servizi.


Percorso di visita

In fondo a un ampio viale con cappelle della via Crucis si apre il portico della chiesa al cui interno si possono ammirare affreschi di scuola umbra e un crocifisso ligneo del Cinquecento presso l'altare. Intorno al Convento si aprono numerose grotte scavate nella roccia a strapiombo sul fiume sottostante, estremamente suggestive per i visitatori, a cui si accede attraverso una porticina a destra dell'ingresso della chiesa. Un’altra serie di romitori si trova nel giardino retrostante il convento e a cui si accede attraverso una stretta botola.


SANTUARIO DELLA MENTORELLA A CAPRANICA PRENESTINA

La diffusione del messaggio benedettino nel Lazio
Nei secoli tutta l’Europa ha visto fiorire importanti luoghi di culto dedicati a san Benedetto e al suo Ordine, ma al Lazio è riservata il primato di “terra di Benedetto”. Infatti questa regione d’Italia risuona del messaggio benedettino proveniente dai numerosi monasteri sparsi sul suo territorio e dedicati al santo. Tra i santuari toccati dalla Via Benedicti è presente il piccolo ma suggestivo Santuario della Madonna della Mentorella presso Capranica Prenestina, molto caro a Papa Giovanni Paolo II. Collocato su uno sperone roccioso dei monti Prenestini a 1.220 metri di quota, è ritenuto il più antico santuario d'Italia e d'Europa. Fu gestito dai benedettini di Subiaco dal IX al XIV secolo, il periodo del massimo splendore dell’Abbazia della Mentorella, perché sono di questo tempo i lavori più importanti e i suoi ornamenti. Andato in rovina e restaurato nel 1600 grazie agli sforzi del padre A. Kircher, è dal 1857 affidato ai monaci Resurrezionisti polacchi. Successivamente, dal maggio 1977, il santuario passò alle dirette dipendenze della Provincia Polacca della stessa Congregazione.

Percorso di visita

Il Santuario della Madonna della Mentorella è raggiungibile dal piccolo centro abitato di Guadagnalo, frazione di Capranica Prenestina, attraverso il "Sentiero Wojtyla". San Benedetto visse per due anni nella grotta naturale ancora oggi visitabile a pochi passi dalla chiesa del santuario, dove è custodita la statua lignea della Madonna delle Grazie e del Bambino, il più grande “tesoro" della Mentorella, un altorilievo del XII secolo di scuola laziale tra le più importanti espressioni della scultura lignea regionale.


MONASTERI DI S.SCOLASTICA E SAN BENEDETTO DEL SACRO SPECO DI SUBIACO

Arrivo di san Benedetto nella valle sublacense e creazione della comunità cenobitica
Nella valle di Subiaco, intorno al 500, san Benedetto fondò una comunità di dodici piccoli monasteri, ognuno con un proprio abate, e tutti sotto la sua guida spirituale: un’esperienza durata quasi trent’anni che segna l’inizio del monachesimo benedettino.

Di questi, il Monastero di Santa Scolastica, ritenuto il più antico monastero benedettino al mondo, è l’unico sopravvissuto. Il nucleo originario risale al VI secolo quando Benedetto ne guidò la costruzione e lo intitolò al papa san Silvestro. A partire dal sec. X, sotto l'abate Leone III, inizia il suo periodo di splendore: riceve in dono grandi beni dal principe romano Alberico, si costruisce una nuova grande chiesa romanica.
Ma solo alla fine del secolo XII comincia la vita cenobitica completa, con un priore dipendente dall'abate della sottostante Badia. E’ il periodo dei due monasteri di Subiaco, quello di san Benedetto, il Sacro Speco, e quello di san Silvestro che alla fine del secolo XIV assumerà il nome attuale di Santa Scolastica. Nel XIV secolo vicende avverse determinarono una decadenza del luogo: alluvioni, terremoti, ma anche l’indisciplina dei monaci. Per porvi rimedio il senese Bartolomeo III, eletto abate nel 1363, espulse i monaci che non si ravvedevano, chiamando monaci da altre nazioni europee.

Nel XV secolo il monastero ospitava una comunità europea con sempre più monaci tedeschi: tra questi giunsero anche i diffusori della nuova arte della stampa che ancora oggi fanno del monastero la culla della stampa in Italia.

Nel 1800 cominciò una nuova fase guidata da una nuova Congregazione monastica internazionale, quella Sublacense, staccatasi definitivamente dalla Cassinese nel 1872.

Percorso di visita

Il monastero di Santa Scolastica sorge poco distante dal Sacro Speco, alla base del monte Taleo.
Il luogo come appare oggi è il risultato di molte stratificazioni e molti stili che si sono sovrapposti alla fondazione originale benedettina. All’interno delle mura che circondano il monastero si possono vedere la chiesa, ricostruita in stile neoclassico nel 1769, il campanile romanico, i tre meravigliosi chiostri (Rinascimentale, Gotico, Cosmatesco) e la ricchissima biblioteca.
Immancabile tappa della Via Benedicti è altresì il Sacro Speco o Monastero di S. Benedetto a Subiaco

Nella valle sablacense, solcata dalle limpide acque del fiume Aniene e attualmente all’interno del Parco Regionale dei Monti Simbruini, san Benedetto giunse all’età di 20 anni e qui si isolò per circa tre anni. Il ricordo della sua esperienza eremitica si rinnova nel visitare il suggestivo Sacro Speco o Monastero di S. Benedetto che contiene la grotta dove il santo si ritirò in meditazione e preghiera fino alla Pasqua dell'anno 500. Secondo alcune versioni, la sorella Scolastica lo spinse a uscire dalla condizione di eremitaggio e a raccogliere intorno a sé i giovani che venivano a cercarlo desiderosi di accogliere il suo insegnamento, soprattutto da Roma. Fu così che Benedetto, nei trent’anni circa che visse nella valle di Subiaco, fondò una comunità monastica che contava ben dodici monasteri: inizia così l’esperienza cenobitica.

Sopra la grotta dov’egli si isolò, a partire dal sec. XII, sorse il monastero del Sacro Speco. Nei secoli successivi è stato ampliato e arricchito di opere d’arte di grande valore.

Percorso di visita

Non lontano da quello di Santa Scolastica, sulle pendici del Monte Taleo, il Monastero è accessibile in auto o da una comoda scalinata in pietra immersa nel bosco di lecci che circonda l’area. L’attuale complesso comprende due piccole chiese sovrapposte, il convento e varie cappelle e grotte collegate da scalinate, arricchite da pregevoli elementi architettonici e numerosi affreschi. Una porta gotica immette in uno stretto corridoio scavato nella roccia e aperto verso la valle dove scorre il fiume Aniene da ampi archi di sostegno. La volta affrescata crea un’atmosfera suggestiva della Sala del Capitolo Vecchio e della Chiesa Superiore costruita verso la metà del Trecento. Un'ampia e ripida scala porta ai numerosi ambienti che compongono la Chiesa inferiore dove si trova la Cappelletta di S. Romano, il vero e proprio Sacro Speco dove il santo visse per tre anni in assoluto ritiro. Gli affreschi sulle pareti, di scuola senese del sec. XIV e marchigiana del XV secolo, illustrano scene della vita di Gesù e di san Benedetto: il miracolo del Goto, il Miracolo di san Placido, il tentativo di avvelenamento del prete Fiorenzo. Da qui si scende per la Scala Santa, costruita sul ripido sentiero percorso da Benedetto e si arriva alla Cappella della Madonna, alla Grotta dei Pastori e a una piccola terrazza dove si trovava l'Ossario dei Monaci e il roveto, trasformato da san Benedetto in roseto, dove la tradizione vuole che il santo si rotolasse per scacciare le tentazioni.



Certosa di Trisulti a Collepardo

San Benedetto nel cuore della ciociaria
Un’altra tappa della Via Benedicti offre l’occasione d’immergersi in un’atmosfera di emozioni, arte e cultura come quella che si respira visitando la Certosa di Trisulti a Collepardo in provincia di Frosinone. La Certosa sorge a 825 metri di quota, immersa nei secolari boschi di querce dei Monti Ernici, a ridosso del Parco Nazionale d'Abruzzo. Questo meraviglioso complesso architettonico rappresenta il luogo ideale per rigenerarsi e ritrovare serenità. La costruzione della Certosa risale al 1204 quando fu edificata sui resti dell’antica abbazia benedettina risalente all’anno Mille e di cui oggi restano solo alcuni ruderi. Il meraviglioso complesso architettonico, nonostante gli interventi subiti, tra cui i lavori di restauro del 1958, conserva lo stile romanico-gotico originale. Abitata in origine dai benedettini per circa due secoli, passò nel 1204 ai certosini che costruirono l'edificio che possiamo vedere oggi e lo mantennero fino al 1947, quando fu affidata alla Congregazione cistercense di Casamari.


Percorso di visita

Si accede al complesso attraverso un portone decorato con un bassorilievo raffigurante san Bartolomeo, protettore dei certosini. Raggiunto il piazzale principale del monastero si trovano la facciata medievale del Palazzo di Innocenzo III, che oggi ospita un’importante Biblioteca e la facciata neoclassica della chiesa.
Rifatta nel Settecento sull'impianto originario ma mantenendo la divisione in due parti tipica delle chiese certosine che separavano i monaci dai conversi, la chiesa dedicata a san Bartolomeo conserva al suo interno affreschi e tele di Filippo Balbi, le sepolture di due cavalieri crociati, oltre a opere come la raffigurazione della Strage degli Innocenti e quella che riproduce lo scontro avvenuto a Casamari contro i Lanzichenecchi. La visita continua con il Chiostro, la Sala Capitolare ma soprattutto l'antica farmacia, ora trasformata in museo, a cui è associata in larga parte la fama di questo luogo. Opera settecentesca di Filippo Balbi, affrescata dal pittore G. Manco, conserva le vetrine e i recipienti di vetro dove i monaci conservavano le erbe e le spezie raccolte sui monti circostanti e da cui estraevano essenze e aromi ancora oggi prodotti all’interno del monastero.


Abbazia di Casamari a Veroli

Dalla Francia alla Ciociaria: il gotico cistercense
L’Abbazia di Casamari rientra tra le prime e maggiori espressioni in Italia dell’Ordine dei Cistercensi e dello stile gotico di derivazione francese di cui essi si fecero portatori. Uno stile "verticale", i cui denominatori comuni sono semplicità, assenza quasi totale di elementi decorativi e del campanile, costruzione ragionata degli edifici monastici su una pianta comune, di cui Casamari è un modello evidente e magnifico. Casamari rappresenta uno dei pochi esempi ancora integri dell’organizzazione spaziale prevista da Bernardo da Chiaravalle, fondatore dell’Ordine Cistercense. Gioiello dell’architettura gotica italiana, la costruzione risale al 1096 quando fu edificata dai benedettini sui resti del municipio romano di Cereatae Mariane che diede i natali al celebre condottiero romano Caio Mario, ancora nel nome dell’abbazia (dal latino “Casa di Mario”). La stessa ebbe inizialmente un grande sviluppo economico, ma all’inizio del XII secolo cadde in una profonda crisi, che indusse questo come altri monasteri benedettini in Italia, ad aderire all’ordine circestense nato in Francia in quel periodo a opera di san Bernardo di Chiaravalle. Eccetto brevi periodi, l’abbazia è guidata dal XIII secolo dall’ordine dei Cistercensi. Le modifiche e gli ampliamenti iniziati dai cistercensi nel 1203 hanno rispettato lo stile semplice e austero previsto dalla casa madre francese di Citeaux.

Percorso di visita

L’Abbazia, collocato nella valle del fiume Amaseno, è quasi nascosta dalla fitta vegetazione del fondovalle bonificato dagli stessi monaci. Un grande portale immette nel cortile, alberato e in leggera salita, in fondo a cui si aprono la scalinata che porta alla chiesa e l'ingresso al monastero. Attualmente si possono visitare: la Chiesa a tre navate con abside rettangolare, dedicata alla Vergine Assunta e consacrata da Papa Onorio III nel 1217, il Chiostro (a destra come per regola cistercense), l’Aula del Capitolo, il Refettorio, i campi e le officine. All’interno si trovano anche una fornitissima Biblioteca e il Museo-Pinacoteca dove sono conservati reperti archeologici e alcune tele del Cinquecento


Abbazia di Montecassino a Cassino

Epicentro della devozione benedettina nel mondo
La tappa conclusiva della Via Benedicti chiude un itinerario geografico di scoperta ma al tempo stesso anche il percorso, iniziato a Norcia, della storia umana e spirituale di san Benedetto, il padre fondatore del monachesimo occidentale.

Nell’antica città romana di Casinum Benedetto giunse intorno al 529 per rimanervi fino alla morte sopraggiunta nel 547. Sulla cima di Montecassino lo stesso santo e i suoi seguaci edificarono un piccolo oratorio dedicato a san Giovanni Battista. Tra le sue mura san Benedetto maturò il proprio progetto monastico e individuò una propria originale proposta racchiusa nella sua Sancta Regula.

Nello stesso luogo oggi sorge l'Abbazia di Montecassino, epicentro della devozione benedettina nel mondo e monumento nazionale dal 1866. Dagli anni in cui vi operò a oggi, l’abbazia è stata distrutta numerose volte, da terremoti e dalla barbarie umana, ma altrettante volte è stata ricostruita grazie alla tenacia dei fedeli e dei monaci benedettini. L’abbazia, come si può ammirare oggi, è una perfetta ricostruzione di com’era prima che i bombardamenti della seconda guerra mondiale la radessero completamente al suolo.

Qui, per tutto il Medioevo fino al 1300, gli anni di maggiore splendore e fervore, i monaci cassinesi hanno praticato la medicina, la musica, le scienze filosofiche, traducendo dal latino e dal greco le opere dell'antichità.


Percorso di visita

Percorrendo i tornanti che risalgono Montecassino, si giunge nell’ampio piazzale antistante l’Abbazia. All’interno del complesso si è accolti da tre grandi chiostri rinascimentali da cui si ammirano le valli del fiume Liri e del Gari, che nei pressi di Cassino si congiungono.
Da essi si accede alla Chiesa il cui ingresso è segnato da tre portali: due laterali, opera del Canonica nel 1952, e quello centrale, originale, che risale al secolo XI e riporta incise in lettere ageminate tutte le terre possedute dall’Abbazia. All’interno della Chiesa risaltano marmi policromi pregiatissimi, stucchi dorati, tele e affreschi. Nella suggestiva cripta presente sotto l’altare sono conservate le spoglie di san Benedetto e della sorella Scolastica. Visitando il Museo dell’Abbazia, si comprende pienamente il ruolo culturale rivestito da questo luogo nel corso della storia d’Europa. In esso sono conservati preziosi codici miniati, testi letterari e documenti come il "placito cassinese", uno dei più antichi documenti in lingua volgare risalente al 960.


Abbazia di San Vincenzo al Volturno
a Rocchetta al Volturno

Sotto Carlo Magno divenne uno dei più importanti cenobi d’Europa
L’arrivo dei benedettini in Molise coincide probabilmente con la nascita dell’Abbazia di San Vincenzo presso la valle del Volturno, cui si giungeva da Cassino attraverso il Passo Annunziata Lunga, che si pensa fu patrocinata dal duca di Benevento Gisulfo II.Durante il regno franco il monastero fu elevato al livello dei più importanti cenobi europei grazie ai numerosi privilegi concessi dal re Carlo Magno. La maggior espansione fu raggiunta durante il IX secolo, quando il monastero arrivò ad ospitare più di 350 monaci, contando tra le sue pertinenze dieci chiese e numerosi possedimenti situati per la maggior parte nell’Italia meridionale. Tale crescita del complesso fu però frenata da due fatti tragici: un terremoto che danneggiò gravemente le strutture nell’848. Successivamente, nell’881 il monastero fu saccheggiato dagli Arabi che imprigionarono parte dei monaci. Altri riuscirono invece a rifugiarsi a Capua da dove tornarono circa trent’anni dopo per rifondare il cenobio, sostenuti economicamente anche dagli imperatori tedeschi Ottone II e Ottone III. In seguito all’avvento dei Normanni, i monaci decisero di trasferire il monastero sulla riva destra del Volturno in una posizione più sicura. La nuova chiesa fu consacrata da Papa Pasquale II nel 1115, periodo nel quale fu redatto il Chronicon.



VITA DI SAN BENEDETTO

San Benedetto vive e opera in un periodo storico, quello a cavallo tra IV e V secolo, particolarmente difficile e caotico delle cui esigenze di rinnovamento e stabilità egli si fa interprete e attore determinante. Quattro anni prima della sua nascita (476) finisce l'Impero Romano con la deposizione dell'ultimo imperatore Romolo Augustolo. Per l'Italia inizia un periodo che sarà descritto dalla storia come di "secoli bui". Povertà e insicurezza sono la conseguenza dei saccheggi e delle terribili guerre per il predominio del territorio che vedono protagonisti nuove popolazioni (Goti, Bizantini, Franchi, Longobardi) contrapposte da mire di potere e da differenti tradizioni culturali e religiose. In questo scenario Benedetto e i suoi seguaci svolgono la loro opera di costruzione: già nel secolo XI, l'Europa consiste in una comunità di popoli uniti dalla stessa fede e dalla stessa cultura, quella cristiana


San Benedetto, fondatore del monachesimo occidentale

Tutte le grandi religioni del mondo sono state interessate, anche se con modalità espressive differenti, dal fenomeno del monachesimo, cioè da quel bisogno di stabilire un diretto ed esclusivo rapporto con la divinità, da attuarsi mediante l’allontanamento dalla consueta vita sociale, la meditazione, lo svolgimento di ogni attività come atto d'amore verso Dio.
Quando san Benedetto fondò i suoi monasteri e scrisse la sua Regola, il fenomeno monastico cristiano, in forma eremitica o cenobitica, conosceva già due secoli d’intensa e varia esperienza. Sorto in Egitto e in Palestina con figure quali sant'Antonio, san Pacomio, san Basilio, esso aveva avuto modo di espandersi anche in Occidente grazie all’opera di san Martino di Tours, san Girolamo, Cassiano e san Patrizio.
San Benedetto fa opera di sintesi di questa esperienza varia e frammentaria, fornendo le “linee guida” del monachesimo occidentale di cui definisce il carattere istituzionale e moderno. La sua Regola si rivelò talmente piena di elementi di rinnovamento culturale e spirituale da venire adottata ovunque, come regola per eccellenza del monachesimo cattolico.
Il carattere “benedettino” dell’esperienza monastica, a cui si può attribuire l’ampio consenso raccolto dal Medioevo a oggi, risiede sull’equilibrio tra i tre momenti cardine: preghiera comune, preghiera personale, lavoro; se uno prende il sopravvento sugli altri il monachesimo cessa di essere benedettino. Se la scelta della misura e dell’equilibrio, della ricerca di un tempo per ogni cosa, prevede da un lato ordine e rigore, dall’altro conferisce alla vita di comunità una struttura più flessibile, articolata e varia.



La Regola benedettina

“Scrisse infatti una regola per i monaci segnalata per discrezione e limpida per dettato. Se qualcuno volesse conoscere più compiutamente i costumi e la vita di quest'uomo di Dio può trovare nelle disposizioni di questa regola tutto ciò di cui egli è stato un magistero vivente, perché il santo non poté insegnare diversamente da come visse”. Questo è tutto ciò che san Gregorio Magno, maggiore e primo biografo di Benedetto, scrive sulla Regola nei suoi Dialoghi.


Le origini

Secondo la tradizione era l’anno 534 quando Benedetto decise di compilare un “libro di istruzioni” per i suoi monaci di Cassino conosciuta come La Regola di san Benedetto (Regula Benedicti) e da non confondere con il motto benedettino “ora et labora” risalente al 1700. Comunque, come si evince da alcune evidenze interne al testo, l'opera nella sua forma attuale è più probabile che sia il risultato di correzioni e ampliamenti apportati, alla luce dell'esperienza, in un certo arco di tempo.


Le fonti

Per la sua stesura Benedetto, come emerso chiaramente da recenti studi, prese spunto dall’insieme di prodotti letterari (vite, dialoghi, regole, lettere, sermoni) derivanti dall’esperienza monastica che già da due secoli interessava il bacino del Mediterraneo. In particolare è ormai indubbio il debito di Benedetto nei confronti della regola scritta dal vescovo Cesario di Arles (ca. 470 - 542) e della Regula Magistri, un testo italico scritto probabilmente in uno dei monasteri a sud di Roma dopo l'anno 500 da un ignoto abate, che diede il maggior contributo a quella di Benedetto. Questa “appropriazione” del lavoro altrui, che oggi può essere considerato plagio, era tra gli scrittori medievali attività comune e segno di umiltà e rispetto nei confronti di un importante uomo di Dio. Così san Benedetto risulta non un solitario e appassionato legislatore monastico, ma piuttosto il rappresentante di una scuola d’insegnamento ascetico diffusa nel VI secolo in Italia e che affonda le proprie radici in Egitto.


La sua diffusione

Sebbene sia confermata la presenza di altre regole nel Medioevo benedettino, fu proprio la Regola di Benedetto che ottenne nei secoli l'universale riconoscimento dell'Europa occidentale. A promuoverne la cir-colazione contribuì la biografia di san Gregorio Magno, che fece conoscere Benedetto e la sua Regola, ma anche i meriti intrinseci all’opera stessa.
Scritta in lingua vulgaris, il latino parlato e scritto nell'Europa meridionale del VI secolo, la Regola benedettina con le sue esigenze di ordine, di stabilità, di sapiente equilibrio fra preghiera e lavoro, si impose ben presto a tutto il monachesimo occidentale e fu seguita in tutti i monasteri europei.


Le versioni disponibili

Numerosissimi sono i manoscritti della Regola pervenuti a noi e custoditi in altrettante biblioteche in Europa. Il più antico di questi - anche se non il più autorevole - è un codice inglese dell’anno 750 e ora conservato nella Bodleian Library di Oxford. Ma la copia più preziosa è quella presente in un manoscritto della biblioteca di San Gallo. Compilata ad Aquisgrana nei primi anni del IX secolo, questo documento è stato trascritto da un codice che Carlomagno aveva ricevuto da Teodemaro, l'abate di Monte Cassino, in risposta alla sua richiesta di un testo autentico della Regola. Si ritiene che il documento inviato a Carlomagno fosse stato ricopiato a Cassino da un manoscritto autografo di san Benedetto.


Struttura e contenuto

La Regola di san Benedetto consiste di un prologo e di settantatre capitoli: i monasteri che la applicano sono detti benedettini. Essa costituisce una dettagliata guida pratica per la gestione di una comunità cenobitica fondata su quattro principi ispiratori: preghiera comune, preghiera personale, studio (delle Sacre Scritture ma anche di scienza e arte), lavoro. Nella Regola i monaci e lo stesso abate ritrovano un codice scritto e sovrano contenente i principi d’obbedienza e umiltà alla base della vita monastica, le prescrizioni del ritmo quotidiano con i turni di preghiera, le ore di sonno, i tempi di lavoro, le indicazioni per la risoluzione di questioni costituzionali come l'elezione dell'abate e le pu-nizioni per le inosservanze della disciplina monastica.


L'ordine benedettino

I Benedettini, (in latino Ordo Sancti Benedicti o, semplicemente, O.S.B.), rappresentano l’ordine monastico che osserva la Regola dettata da san Benedetto nel 534. L’Ordine prosperò per tutto il Medioevo, grazie anche all’aiuto di uomini insigni come Papa Gregorio Magno e Carlomagno, e a essi si può attribuire l’originaria opera di evangelizzazione dell’Italia e dell’Europa. Attualmente i Benedettini sono presenti in tutto il mondo con circa 2.000 monasteri e oltre 8.000 monaci, e sono organizzati in circa 20 Congregazioni, ovvero associazioni di abbazie, di cui le maggiori sono:
• Congregazione cassinese, fondata nell'Abbazia di Monte Cassino;
• Congregazione cluniacense, fondata nella Badia di Cluny;
• Congregazione dei Camaldolesi;
• Congregazione dei Vallombrosani;
• Congregazione dei Cistercensi, fondata nella Abbazia di Cîteaux;
• Congregazione Cavese, fondata nella Badia di Cava;
• Congregazioni dei Silvestrini;
• Congregazione dei Celestini;
• Congregazione degli Olivetani;
• Congregazione di Santa Giustina, fondata nella Badia di Padova;
• Congregazione dei Maurini.


Le fonti biografiche

Poche sono le testimonianze a noi pervenute sulla vita di san Benedetto. La fonte biografica più autorevole, sia per la contemporaneità che per l’importanza del suo autore, è rappresentata dal secondo libro dei Dialoghi, opera scritta fra il 593 e il 594 da san Gregorio Magno, poi Papa Gregorio. Si tratta di un testo redatto secondo le norme dell'antica agiografia e come tale esso va interpretato. I dati essenziali sono però sostanzialmente attendibili e sull'identità storica di san Benedetto non possono esistere dubbi.

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