ORVIETO, VIAGGIO NEL TEMPO
di Stefano Bottini

Sarebbe bello poter viaggiare nel tempo per ammirare architetture e camminare in luoghi dell’antichità. Un po’ come nel film “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis, dove si poteva andare indietro nei secoli con l’ausilio di un complicato macchinario. A Orvieto invece, è sufficiente visitare gli scavi sotto la Collegiata dei Santi Andrea e Bartolomeo e affidarsi alla sapiente conduzione di un archeologo che vi trasporterà nel lontano periodo etrusco per poi compiere un balzo di sette secoli, fino a ritrovarsi catapultati in pieno Medioevo.
Questo ed altro è quanto si può leggere dagli scavi, realizzati in varie fasi, dal 1927 al 1929, con la costruzione delle imponenti travature in cemento armato, che sostengono l’attuale pavimento della chiesa. E poi ripresi, dal 1967 al 1969, dall’importante archeologo Michelangelo Cagiano De Azevedo.
Ne parliamo con il nostro moderno Virgilio, Francesco Pacelli, della Intrageo,che svolge per la Soprintendenza (il luogo è del demanio pubblico, contrariamente alla Chiesa) le attività didattiche per le scuole primarie e secondarie e accompagna i visitatori alla scoperta di quella che è considerata una vera e propria carta d’identità di Orvieto.
Qual è l’origine della città e di questo luogo?
La rupe di Orvieto è stata da sempre un luogo speciale che ha attratto l’attenzione degli abitanti del luogo che l’hanno sempre considerata come un baluardo difensivo. I primi popoli appartenenti alla cultura villanoviana colonizzarono la rupe di Orvieto nel IX secolo a.C.
Quei primi insediamenti furono caratterizzati dalla presenza di strutture abitative identificate come semplici capanne, di forma ellittica e una matrice economia fondata sullo sfruttamento dei terreni del pianoro e dei vicini corsi d’acqua. Sarà poi la successiva colonizzazione greca, che nacque dall’Italia meridionale, e la mediazione con i primi centri etruschi delle coste tirreniche a formare un primo insediamento urbano definibile in senso “etrusco”.
E gli Etruschi?
Si possono leggere i primi segni dell’urbanizzazione della città, dalla fine del settimo secolo a.c. agli inizi del sesto. Proprio qui sono presenti tracciati stradali che ci permettono di capire una parte dell’assetto topografico della città etrusca e conoscere l’orientamento dei diversi edifici, in relazione alla principale via della città, che corrisponde all’attuale tracciato di Corso Cavour, orientato in senso Est-Ovest.
Inoltre, sono presenti una fornace, un’area sacra ed anche dei pozzi con canalizzazioni sotterranee.
Ma lo strato archeologico più interessante riguarda la presenza di un fitto acciottolato di tufi che si estende per tutta l’area e che è stato scoperto anche in altri punti della città. Gli archeologi vi hanno riconosciuto i resti degli edifici abbattuti dai Romani dopo la conquista violenta dell’antica Velzna, riconducibile all’anno 264 a.C.
Non sono state riscontrate, in questi scavi, tracce romane. Nessun segno del passaggio di questa grande civiltà. Come mai?
In seguito alla distruzione di Velzna, la popolazione superstite fu deportata sulle sponde del lago di Bolsena, in un punto molto più controllabile dai Romani e poco difendibile, a differenza della città sulla rupe. Qui nasce la colonia di Volsinii Novae, l’attuale Bolsena, per opera dei pochi abitanti scampati al massacro di Velzna. Per tutta l’epoca romana, dalla fine dell'età repubblicana e per tutta l’epopea imperiale, fino al 476 d.C. la nuova città si evolverà in senso “romano”; lì passerà la via Cassia che la collegherà con Roma e con la Val di Chiana, verso Arezzo, lasciando isolati i territori gravitanti attorno alla vecchia città etrusca sulla rupe.
I recenti scavi archeologici, condotte dall’équipe della professoressa Simonetta Stopponi e dall’Università di Perugia, nei terreni adiacenti alle pendici della rupe di Orvieto, presso il Campo della Fiera, sono stati rivolti alla ricerca del Fanum Voltumnae, il santuario federale della dodecapoli etrusca. E le recenti indagini della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, presso il sito archeologico di Pagliano, dove sorgeva una villa residenziale con attracchi portuali sul fiume Paglia e sul Tevere, hanno messo in luce la destinazione d’uso del territorio della distrutta Velzna, inscritto nella settima regione augustea ed adibito a granaio di Roma.

Dopo la fine della città etrusca, quindi, si salta direttamente nell’epoca paleocristiana...
Il caos generato dalle invasioni dei Visigoti e degli Ostrogoti nel 410 d.C. e la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, porteranno problemi anche in questi territori, soprattutto a Bolsena, che fu devastata dalla furia barbarica. Dopo il 313 d.C. proprio lì era già nata una diocesi e il Cristianesimo si andava diffondendo presso i borghi rurali dislocati lungo la via Cassia. Bisognerà attendere la successiva guerra gotica, dal 535 al 553 d.C., per assistere alla liberazione di quest’area (compresa quella dei territori dell’antica Velzna), al progressivo abbandono di Bolsena ed alla rinascita di una nuova città sulla rupe. Questo grazie allo spostamento, a opera dei vescovi, della popolazione dal centro lacustre nuovamente sulla sommità dell'attuale Orvieto. Un viaggio a ritroso rispetto a quello che i Romani avevano fatto per gli etruschi di Velzna, sette secoli prima.
Nacque allora la prima basilica paleocristiana, riferibile al VI sec. d.C., le cui strutture sono conservate in quest’area, al di sotto delle fondazioni della successiva Collegiata. La basilica è dedicata a San’Andrea, il cui culto fu portato in questo territorio dai Bizantini, dopo la liberazione dal domino dei Goti, nel 539 dopo Cristo.
La basilica orvietana segue lo stesso schema dell’omonima chiesa di Ravenna: aveva la funzione di cappella privata del vescovo ed era adiacente alla sede episcopale. I resti sono proprio qui, sotto il palazzo comunale.
I mosaici che qui possiamo ammirare a che epoca sono riferiti?
Sono mosaici del VI sec d.C. e decorano le tre navate della Basilica. “Opus Sectile Tessellatum” è la definizione della tecnica di lavorazione. Le tessere presentano un’alternanza bicroma bianca e nera con alcuni inserti grigio-azzurri. Sono suddivisi in due registri decorativi per ogni navata e le decorazioni geometriche sono tipiche del periodo.
Ci sono dei documenti che attestano l’edificazione paleocristiana?
Per quel che riguarda la basilica, non ne conosciamo l’esistenza, a parte la consacrazione sulla parete laterale destra, vicino all’ingresso. In relazione al periodo storico sul ripopolamento dell’antico centro etrusco in era cristiana, possediamo invece solo tre lettere in cui Papa Gregorio Magno dialoga con i vescovi della città di Bolsena. In queste missive si percepisce l’intenzione dei vescovi di reclutare, presso gli ordini monastici locali, il clero della città nuova che sarebbe poi rinata sulla rupe, contravvenendo al principio della fraternitas.
I mosaici in questo sito hanno una notevole estensione. Qual è il loro significato iconico?
Cerchi, rombi e quadrati: sono tutte figure riguardanti l’universo cosmico di Dio, mentre la stella è un simbolo di espansione cosmica di Dio nel creato.
Un’altra simbologia interessante è quella della svastica (crux gammata): nella cristianità ha un significato di protezione contro Satana e, come nelle religioni orientali, di buon augurio. La svastica si annoda su se stessa fino a formare un meandro quadrato. Questa forma geometrica, oltre a rappresentare lo schema della città di Gerusalemme (la città perfetta in terra), è legata al numero quattro (i quattro lati del quadrato), una delle simbologie numeriche del Nuovo Testamento. Rappresenta le tre destinazioni della Fede, la triade divina (Padre, Figlio e Spirito Santo) a cui si aggiunge un quarto elemento, l’uomo. E’ il simbolo della Nuova Alleanza tra Dio e l’uomo, il Nuovo Testamento, la comparsa di Gesù in terra, il Corpus Christi e la transustanziazione che il miracolo eucaristico celebra ad Orvieto con la magnifica cattedrale.
Qui sono qui presenti anche altri importanti mosaici cosmateschi. Di che periodo sono?
Sono gli arredi liturgici dell’attuale collegiata dei Santi Andrea e Bartolomeo, che sorgerà sopra la precedente basilica paleocristiana. Al culto bizantino di Sant’Andrea si unisce il “collegium” di persone dedite al culto del martire San Bartolomeo, portato sulla città della rupe dalle popolazioni longobarde, tra il 570 e il 575 d.C. Quando ad Orvieto regnava Agilulfo.
Inoltre, San Bartolomeo è per la tradizione cristiana, tra le tante qualifiche del martire, soprattutto protettore degli ammalati: la circostanza testimonia la presenza in quest’area di un ospedale che sorgeva nelle vicinanze.
Ci sono altre strutture leggibili?
L’archeologo Michelangelo Cagiano De Azevedo, nello scavo eseguito dal 1967 al 1969, riconobbe la presenza di un’area sacra etrusca sorta sopra uno strato di mattoni crudi di epoca villanoviana precedente. Un altro segno dell’importanza di quest’area, al di sotto dell’attuale Piazza della Repubblica, come centro nevralgico della città.
Quale importanza aveva nel Medioevo la Collegiata dei Santi Andrea e Bartolomeo?
Era importante perché fu la chiesa che assunse nel tempo, prima della costruzione del Duomo, la funzione di basilica cattedrale, già detenuta dalla precedente basilica paleocristiana. Qui viene bandita nel 1216 la Quarta Crociata. E l’anno dopo Pietro D’Artois fu nominato re di Gerusalemme. Mentre nel 1281, proprio qui venne eletto papa Martino IV, che morì e fu sepolto a Perugia. Inoltre, nel XIV secolo questa diventò la chiesa dell’ordine dei Mendicanti.
Una lunga storia. Da riscoprire. Non resta che augurare al turista un buon viaggio nel tempo.
www.stefanobottini.com


 

   
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