DINOSAURI A GUBBIO - SULLE TRACCE DELL'ESTINZIONE
Fino al 30 giugno 2016 tornano i dinosauri a Gubbio.

Nell’antico monastero di San Benedetto che ospita il centro
“Archivio della terra”.
Dai terrificanti carnivori agli erbivori da record, ricostruzioni originali degli ambienti e delle forme di questi animali nei vari stadi evolutivi.

Organizzata dal Comune di Gubbio e da Gubbio Cultura e Multiservizi, con la collaborazione del GAL Alta Umbria e sarà l'evento di punta in città per il 2015 e 2016, con percorsi e iniziative collegate che coinvolgeranno anche il Laboratorio multimediale "Archivio della Terra" e la vicina Gola del Bottaccione.

La mostra resterà aperta fino al 17 maggio 2015 e poi, di nuovo e ininterrottamente, dal 15 settembre 2015 al 01 luglio 2016 - presso il complesso monastico di San Benedetto.

Gli esemplari dei fossili di dinosauri che saranno esposti nella mostra “Dinosauri a Gubbio - Sulle tracce dell’estinzione” permetteranno di osservare le caratteristiche morfologiche a grandezza naturale, gli ambienti e gli stili di vita di questi animali che dominarono la superficie terrestre per oltre 180 milioni di anni. I fossili esposti provengono per la gran parte dal Sud America e dalla Patagonia in particolare. Era questa una delle regioni privilegiate dai dinosauri, dove erano particolarmente sviluppate le foreste di conifere e di alberi molto grandi come le araucarie.

La mostra è allestita in maniera tale da dare una panoramica sull’evoluzione dei dinosauri partendo dai più antichi conosciuti, come i piccoli Eoraptor Lunensis che vivevano in Sud America già 225 milioni di anni fa o le uova di dinosauri con nidi di piccoli Mussaurus Patagonicus che vivevano alla fine del Trias, circa 200 milioni di anni fa.

Uno degli esemplari principali che caratterizzeranno la mostra è lo scheletro completo di un Giganotosaurus Carolinii, un dinosauro lungo circa 15 metri e pesante otto tonnellate, che dominava le pianure patagoniche all’inizio del Cretaceo (circa 100 milioni di anni fa), un carnivoro più grande del più noto Tyrannosaurus Rex. Quest’ultimo viveva nelle regioni del nord America e non sembra che Giganotosaurus carolini e T-Rex si siano mai incontrati.

Un altro grande esemplare esposto è il Rebbachisaurus Tessonei, un erbivoro lungo oltre 17 metri e pesante oltre 10 tonnellate che popolava le sterminate foreste patagoniche alla fine del periodo Cretaceo. Questo erbivoro, molto probabilmente, è parente di un altro
genere simile trovato in Marocco: questa sarebbe un’ulteriore conferma della teoria della tettonica a zolle in quanto, nel Cretaceo inferiore (120 milioni di anni fa), non si era ancora formato l’Oceano Atlantico centrale e Africa e Sud-America sarebbero state collegate via terra.

Nello stomaco di questi dinosauri erbivori sono stati trovati frammenti di pietre (gastroliti) che venivano utilizzate nelle fasi digestive dei vegetali, lo stesso processo che oggi avviene in molti uccelli erbivori, lontani parenti dei dinosauri.
Molto interessante è lo scheletro del grande Megaraptor Namunhuaiquii, un carnivoro con zampe gigantesche munite di artigli lunghi anche 46 centimetri e che venivano utilizzati come coltelli per infierire sulle prede. Un altro importante dinosauro carnivoro esposto è il Carnotaurus Sastrei, lungo 8 metri e del peso di una tonnellata, dotato di due corna frontali nel cranio che gli conferiva un aspetto veramente terrificante. Infine lo scheletro completo di un Tuaranginsaurus Cabazai, un plesiosauro marino lungo 2,7 metri che viveva nei mari dell’emisfero australe; non può essere considerato un dinosauro, ma un rettile marino coevo dei dinosauri.
Questi e tanti altri esemplari, insieme a femori, vertebre e crani di diversi altri dinosauri, e accanto a ricostruzioni originali degli ambienti e delle forme di questi animali nei vari stadi evolutivi, saranno esposti nella mostra.

Il percorso museale ed espositivo realizzato si collega alla vicina Gola del Bottaccione in un facile itinerario, fruibile da tutti, che include anche la stessa città di Gubbio.
La mostra e gli itinerari a essa collegati permetteranno a singoli, gruppi, famiglie e scuole di conoscere, a diversi livelli di approfondimento, una parte importante della storia della vita sulla terra; sarà inaugurata sabato 28 febbraio 2015 e resterà visitabile fino al 17 Maggio 2015 e, in una seconda tranche, dal 15 settembre 2015 al 1° luglio 2016, all'interno dell'antico monastero di San Benedetto.
Il complesso benedettino olivetano trecentesco è situato proprio all'inizio della Gola del Bottaccione, la fenditura rocciosa fra i contrafforti appenninici che custodisce il segreto della scomparsa dei dinosauri, avvenuta 65 milioni di anni fa. Proprio qui, alle porte della medievale città di Gubbio, il fisico statunitense e premio Nobel Luis Álvarez e suo figlio Walter, archeologo e geologo, a partire dagli anni Settanta, studiano le rocce che rivelano la concentrazione di Iridio, elemento molto raro nella crosta terrestre e più abbondante nei meteoriti, perciò di origine extra-terrestre.
Grazie alle ricerche realizzate in vent'anni nella Gola del Bottaccione, dunque, gli Álvarez trovano tutte le conferme alla loro teoria sull'estinzione dei giganteschi dominatori del pianeta terra, causata dalla collisione del nostro pianeta con un asteroide di grandi
dimensioni.

Questi animali stupefacenti torneranno a impressionare ed emozionare adulti e bambini intorno a quello che dal 2009 è il laboratorio multimediale “Gola del Bottaccione - Archivio della Terra”, lo spazio che - insieme alla Gola stessa - rappresenta il legame tra Gubbio e i dinosauri.

Orario:
dal lunedì al venerdì 10.00 - 13.00 / 15.00-18.00
sabato e domenica orario continuato 10.00 - 19.00


Info: 075.9920285 - info@dinosauriagubbio.com


La Gola del Bottaccione
Le rocce della Gola del Bottaccione e l’estinzione dei dinosauri

Le rocce di colore rosso, che affiorano nella parte alta della Gola del Bottaccione sono note come Formazione della Scaglia Rossa ed hanno un’età che va da circa 100 a 65 milioni di anni fa ricadente nel periodo Cretaceo. Sono composte da carbonato di calcio che deriva per gran parte dai gusci di microfossili, i foraminiferi. Questi hanno dimensioni del decimo di millimetro e sono osservabili al microscopio ottico, anche se in taluni casi sono visibili anche ad occhio nudo. Essi costituiscono il plancton marino e si sono sedimentati sul fondo di un mare profondo molte centinaia di metri. I sedimenti poi trasformati in rocce, oggi sono disposti in strati inclinati verso monte (NE) di circa 30° e piegati dalle forze tettoniche che hanno formato l’Appennino negli ultimi 10 milioni di anni.
La composizione chimica di queste rocce fornisce importanti informazioni sulle caratteristiche dell’ambiente marino, sulla temperatura dell’acqua, ma anche sulla composizione dell’atmosfera e quindi sul clima della terra in un importante arco temporale. Allo stesso modo i foraminiferi, attraverso l’evoluzione delle loro forme e le loro abitudini di vita ci dicono come era la vita sulla Terra nel corso dei milioni di anni. Alla Gola del Bottaccione, il limite tra Era Secondaria e Terziaria è stato stabilito proprio attraverso la scomparsa dei foraminiferi, una delle specie viventi che, come i dinosauri, subirono la totale estinzione alla fine del Cretaceo (ad esempio la Abathomphalus Mayaroensis). Nel Paleocene (Terziario o Cenozoico) si ha poi la comparsa di piccole nuove specie come la Parvularugoglobigerina Eugubina. Sappiamo che 65,5 milioni di anni fa si estinsero circa il 50% delle specie viventi, come i foraminiferi, le ammoniti e le rudiste nei mari, ma soprattutto sulla terraferma scomparvero gran parte degli animali di peso superiore ai 40 kg. Sopravvissero soprattutto quegli animali meno evoluti e specializzati che hanno saputo riadattarsi alle nuove condizione di vita sulla Terra. Tra questi anche i piccoli mammiferi.
Studiando proprio la velocità di accumulo dei sedimenti al limite K/T alla Gola del Bottaccione, Walter Alvarez e suoi collaboratori, all’inizio degli anni ottanta del secolo scorso, trovarono un’anomalia nella concentrazione dell’iridio. L’iridio è raro sulla superficie terrestre, ma molto comune nelle meteoriti e asteroidi e nel nucleo terrestre. Questa anomala concentrazione è stata poi verificata e confermata in molte altre parti del mondo dove era noto il limite K/T. Da qui l’elaborazione della teoria dell’impatto sulla Terra di un meteorite di circa 10 km di diametro, 65,5 milioni di anni fa. Questo avrebbe rilasciato una quantità di gas e polveri nell’atmosfera in una quantità tale da mettere in crisi per molte migliaia di anni l’intero sistema ecologico a scala planetaria. Oggi esistono molte conferme a supporto di questa teoria. La prima riguarda la scoperta di un grande cratere da impatto, di oltre 180 km di diametro, presente nel sottosuolo nella parte settentrionale della penisola dello Yucatan in Mexico, vicino alla città di Chiluxub che ha un’età coincidente con i fossili della Gola del Bottaccione. Nell’intorno di questo cratere sono state trovate molte evidenze dell’impatto di questo oggetto extraterrestre con la superficie terrestre. Prima fra tutte, le rocce deformate dall’impatto e la presenza di depositi di “tsunamiti” fino a molte migliaia di chilometri. Inoltre è stato rilevato l’aumento della concentrazione di iridio, la presenza di sferule di vetro fuso legate all’impatto, cristalli di quarzo deformati per alta pressione presenti proprio nelle rocce di 65,5 milioni di anni. Il 18 luglio 1994 è stato possibile osservare dettagliatamente l’impatto dei frammenti rocciosi della Cometa Shoemaker-Levy 9 con il pianeta Giove, a conferma che questo tipo di eventi catastrofici sono possibili anche attualmente nel nostro sistema solare.
Gli studi più recenti sul limite K/T, cercano di dettagliare gli avvenimenti che ebbero luogo 65,5 milioni di anni fa, verificando come l’estinzione di molte specie non avvenne in maniera rapida e sincrona, ma probabilmente in momenti diversi. È stata proposta la possibilità che l’impatto del meteorite sia avvenuto a cavallo di due importanti eruzioni vulcaniche nel Deccan in India. Eruzioni che hanno accentuato ed allungato il periodo di crisi ecologica sulla superficie terrestre, con variazioni anomale nella composizione e nella temperatura delle acque e dell’atmosfera. Anomalie che appunto hanno messo in crisi tutto il sistema ecologico terrestre.

Dal Sud America alla mostra di Gubbio
In Patagonia ritrovato il 10 per cento di tutte le specie di dinosauri

La Patagonia è una regione dell’America meridionale carica di fascino e di mistero. Il nome che significa terra abitata da “giganti”, dato dai primi esploratori europei agli indigeni, si è rilevato vero solo dal punto di vista paleontologico. Infatti, 180 milioni di anni fa, i suoi territori erano dominati da specie di dinosauri che presentano peculiarità così straordinarie da suscitare oggi l’interesse di scienziati e paleontologi di tutto il mondo. Nell’odierna Argentina sono state individuate oltre 50 specie di dinosauri, circa il 10 per cento del totale delle specie rinvenute fino a oggi in tutto il mondo. Un dato che testimonia la rilevanza a livello mondiale di questo territorio nel processo evolutivo dei grandi rettili.
L’inizio dello sviluppo di questi esseri viventi inizia nel periodo post Triassico, quando il ritiro delle acque, la formazione di grandi laghi e la crescita di una fitta vegetazione, costituiscono un habitat ideale per la loro evoluzione. Nel corso del Giurassico questi giganti si nutrono delle foreste di conifere e di alberi enormi, come ad esempio le araucarie. Durante ilCretaceo, più di 100 milioni di anni fa, il territorio della Patagonia è caratterizzata dalla presenza di vaste praterie, foreste, numerosi corsi d’acqua e vulcani attivi; in questo contesto si sviluppa il Giganotosaurus Carolinii, il carnivoro più grande fra tutte le specie identificate. Lungo circa 15 metri e pesante 8 tonnellate, questo dinosauro possiede capacità olfattive molto più potenti rispetto a quelle del suo omologo nell’emisfero settentrionale, il Tyrannosaurus Rex, qualità che lo rende un cacciatore prevalentemente notturno.
Fra gli erbivori che vivono nel Cretaceo, spicca il Rebacchisaurus Tassonei, lungo circa 17 metri e pesante 10 tonnellate, che utilizze gastroliti, pietre, che hanno la funzione di facilitare la digestione delle piante più dure, non essendo in grado di masticare completamente il cibo. Lo scheletro originale e una serie di impronte del dinosauro, rinvenuti lungo la sponda del lago Ezequiel Ramos Mexia, hanno facilitato la ricostruzione dell’eco-sistema delle zone di El Chocòn e Picon Leufu. Qui alcune centinaia di milioni di anni fa, l’ambiente era caratterizzato da estesi specchi d’acqua bassa e da aree alluvionali temporanee, che si formavano durante la stagione delle piogge. Questo ambiente era favorevole sia al mantenimento delle impronte che i dinosauri potevano lasciare nel fango, ma soprattutto ai processi di fossilizzazione.
Insieme a questo gigante convivono dinosauri erbivori dalle dimensioni molto più contenute, simili a quelle di un cane, chiamatiGasparinisaura Cincosaltensis, che avevano un comportamento gregario.
Nel corso degli ultimi anni, nella parte settentrionale della Patagonia, sono stati rinvenuti numerosi giacimenti di uova di dinosauri, fra cui il nido del Mussaurus Patagonicus, considerato il più antico mai ritrovato. Si tratta di un dinosauro di dimensioni piccole, il cui nome è fuorviante, poiché significa “lucertola topo”.

Dai terrificanti carnivori agli erbivori da record
C’è anche uno scheletro di Giganotosaurus Carolinii, il “cugino” del T-Rex

Gli esemplari dei fossili di dinosauri che saranno esposti nella mostra “Dinosauri a Gubbio – Sulle tracce dell’estinzione” (dal 28 febbraio al 17 Maggio 2015 e dal 15 settembre 2015 al 1° luglio 2016) permetteranno di osservare le caratteristiche morfologiche a grandezza naturale, gli ambienti e gli stili di vita di questi animali che dominarono la superficie terrestre per oltre 180 milioni di anni. I fossili esposti provengono per la gran parte dal Sud America e dalla Patagonia in particolare. Era questa una delle regioni privilegiate dai dinosauri, dove erano particolarmente sviluppate le foreste di conifere e di alberi molto grandi come le araucarie.
La mostra è allestita in maniera tale da dare una panoramica sull’evoluzione dei dinosauri partendo dai più antichi conosciuti, come i piccoli Eoraptor Lunensis che vivevano in Sud America già 225 milioni di anni fa o le uova di dinosauri con nidi di piccoli Mussaurus Patagonicus che vivevano alla fine del Trias, circa 200 milioni di anni fa.
Uno degli esemplari principali che caratterizzeranno la mostra è lo scheletro completo di un Giganotosaurus Carolinii, un dinosauro lungo circa 15 metri e pesante otto tonnellate, che dominava le pianure patagoniche all’inizio del Cretaceo (circa 100 milioni di anni fa), un carnivoro più grande del più noto Tyrannosaurus Rex. Quest’ultimo viveva nelle regioni del nord America e non sembra che Giganotosaurus carolini e T-Rex si siano mai incontrati.
Un altro grande esemplare esposto è il Rebbachisaurus Tessonei, un erbivoro lungo oltre 17 metri e pesante oltre 10 tonnellate che popolava le sterminate foreste patagoniche alla fine del periodo Cretaceo. Questo erbivoro, molto probabilmente, è parente di un altro genere simile trovato in Marocco: questa sarebbe un’ulteriore conferma della teoria della tettonica a zolle in quanto, nel Cretaceo inferiore (120 milioni di anni fa), non si era ancora formato l’Oceano Atlantico centrale e Africa e Sud-America sarebbero state collegate via terra.
Nello stomaco di questi dinosauri erbivori sono stati trovati frammenti di pietre (gastroliti) che venivano utilizzate nelle fasi digestive dei vegetali, lo stesso processo che oggi avviene in molti uccelli erbivori, lontani parenti dei dinosauri.
Molto interessante è lo scheletro del grande Megaraptor Namunhuaiquii, un carnivoro con zampe gigantesche munite di artigli lunghi anche 46 centimetri e che venivano utilizzati come coltelli per infierire sulle prede. Un altro importante dinosauro carnivoro esposto è ilCarnotaurus Sastrei, lungo 8 metri e del peso di una tonnellata, dotato di due corna frontali nel cranio che gli conferiva un aspetto veramente terrificante. Infine lo scheletro completo di un Tuaranginsaurus Cabazai, un plesiosauro marino lungo 2,7 metri che viveva nei mari dell’emisfero australe. Non può essere considerato un dinosauro, ma un rettile marino coevo dei dinosauri.
Questi e tanti altri esemplari, insieme a femori, vertebre e crani di diversi altri dinosauri, e accanto a ricostruzioni originali degli ambienti e delle forme di questi animali nei vari stadi evolutivi, saranno esposti nella mostra.
Il percorso museale ed espositivo realizzato si collega alla vicina Gola del Bottaccione in un facile itinerario, fruibile da tutti, che include anche la stessa città di Gubbio. La mostra e gli itinerari a essa collegati permetteranno a singoli, gruppi, famiglie e scuole di conoscere, a diversi livelli di approfondimento, una parte importante della storia della vita sulla terra.

Alla scoperta della Gola del Bottaccione

Sali a bordo del Trenosauro e parti per un viaggio alla scoperta della Gola del Bottaccione, un luogo magico e unico che racchiude in sé il segreto della scomparsa dei Dinosauri. Tra reperti medievali e scorci paesaggistici di suggestione unica, scoprirai il famoso limite K/T, dove una anomala concentrazione di Iridio, elemento rarissimo sulla superficie terrestre, ha spinto molti studiosi ad elaborare la principale teoria sulla scomparsa dei Dinosauri.
Il Tour con il trenino turistico Gubbio Express prevede viaggio e sosta al sito geologico della Gola del Bottaccione, accompagnato dal racconto della nostra Audio-Video Guida e di un operatore museale che vi condurrà alla scoperta del famoso limite K/T.
PARTENZA: Complesso di San Benedetto – Mostra “Dinosauri a Gubbio” – www.dinosauriagubbio.com
DURATA: 30 minuti.
CAPIENZA: 60 persone ( n.1 posto per portatori di Handicap)
PER INFO E PRENOTAZIONI:
info@dinosauriagubbio.com – 075.9920285


 

   
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